Marco (Gianmarco Franchini) ha 23 anni. Poeta apprezzato e dotato di forte sensibilità, con anche alcune pubblicazioni alle spalle, affoga nell’alcool e negli psicofarmaci un proprio intimo disagio, acuito dalla scomparsa della madre. Dopo un incidente d’auto causato dall’alto tasso alcolico nel sangue, il padre (Luca Zingaretti) gli trova un lavoro. Marco viene assunto in una cooperativa che si occupa delle pulizie presso l’Ospedale Bambino Gesù di Roma, dove incontra nuovi colleghi che diventano un positivo punto di riferimento. Tuttavia l’ospedale inevitabilmente porta la sua fragilità a doversi confrontare con il dolore quotidiano di perdite e di sofferenze.
Al suo esordio come autore e regista, Luca Zingaretti gira una pellicola in cui tocca vari temi: il dolore per la perdita degli affetti più cari, il rapporto complesso genitori e figli, il lavoro di squadra che rompe l’isolamento e l’amicizia che aiuta a uscire da una solitudine disperata.
E parla della poesia come rifugio per Marco nei momenti più dolorosi.
Il film è, come richiamato dal titolo, una casa di tanti sguardi.
Tuttavia la pellicola fatica a decollare. Da una parte, le varie porte che si aprono evitano il soffermarsi su un unico tema con una trama prevedibile: problema, climax e catarsi finale.
Dall’altra parte le diverse tematiche si presentano spesso in siparietti a sé stanti, talvolta scollegati fra loro, ma soprattutto scontate e stereotipate. È facilissimo cadere in questa trappola narrativa in un luogo come quello in cui si svolge il film: un ospedale pediatrico. Una scrittura giocata più sulla sottrazione che sull’accumulo avrebbe giovato al film, rendendo la storia più credibile.
Da segnalare in modo decisamente positivo la prova di Gianmarco Fraschini, che ci offre un Marco di grande forza emotiva.
Last but not least, il romanesco non è l’Italiano, i sottotitoli non sarebbero stati inutili.
Maria Serena Pasinetti