Linguaggio comune: non si dice più “storia d’amore”, ma “love story”. Da quando, cinquant’anni fa uscì quel film, riproposto in questi giorni da un’ emittente. Diretto da Arthur Hiller, nei decenni si è accreditato entrando nel cartello delle storie d’amore che fanno parte della memoria del cinema, come Un uomo e una donna, Harry ti presento Sally, Pretty Woman.

L’anno 1970 possiede un significato, merita una digressione. Il decennio Sessanta significava spirito innovativo poco disposto alla mediazione e al compromesso. Erano nate e si erano consolidate diverse forme di protesta, dalla Cina al Sudamerica, dagli Usa all’Europa tanto occidentale che orientale. Era la reazione ai modelli culturali e ai progetti politico-sociali postbellici. Le nuove generazioni non intendevano integrarsi perché non erano più ossessionate dal tema della sicurezza e avevano sperimentato un certo livello di benessere. C’era tempo per altri progetti e aspirazioni. Era la vocazione a un movimento peraltro molto eterogeneo, per riferimenti culturali e linee di sviluppo progettuale, che accoglieva elementi anarchici e pratiche del pensiero individualista e libertario americano come gli hippy, i teorici della rivoluzione sessuale e del femminismo. Molti guardavano alla mistica orientale, altri mitizzavano le varie esperienze rivoluzionarie, dalla Cina di Mao alla Cuba di Castro e Guevara. Prendeva forma la cosiddetta tolleranza repressiva, -oggi si dice buonismo-  che avrebbe caratterizzato le società occidentali. In questo contesto di sradicamento culturale si muoveva, naturalmente, il cinema. Ribelle proletario più sociale che mistico è il Gesù del “Vangelo secondo Matteo”(1964) di Pasolini. Un grido sulla ribellione giovanile è quello di Antonioni col suo Zabrinskie Point,(1970) con quell’esplosione finale dei simboli del benessere. Altro titolo “eponimo” di quella stagione è Easy Rider(1969), di Dennis Hopper, un vero manifesto di cultura alternativa in chiave di musica, droga e ribellione tutta. Con 2001: Odissea nello spazio (1968), Kubrick spacca il genere coniugando fantascienza e filosofia. Nel contesto di tanta agguerrita massa sociale storica, Erich Segal sceneggiatore di Brooklyn, ritiene di dover scovare qualcosa a contrastare, sorpassare tutto e pensa a una normale storia d’amore “vecchia maniera”.

Fa un’indagine di mercato e si rende conto che la sua intenzione raccoglierebbe molti proseliti. Così, nelle vacanze di Natale del 1969 scrive una prima versione che finisce nella mani di un produttore della Paramount che condivide in pieno il progetto alternativo della cultura alternativa vigente e aiuta lo scrittore a perfezionare il racconto. Love Story, libro, uscì nel febbraio del 1970, balzò subito in testa alla classifica del New York Times e ci rimase dei mesi. In Italia venne pubblicato dalla Garzanti. Il romanzo invase il mondo. La Paramount, correndo, riuscì a portare nelle sale il film nei giorni di Natale dello stesso anno. Il successo del film fu persino superiore. La produzione aveva composto un sincretismo perfetto: la musica rapinosa di Francis Lai, che vinse l’Oscar, gli innamorati belli e romantici, il contrasto fra ricchezza e povertà. Segal però non volle ignorare del tutto il sentimento di ribellione giovanile, non avrebbe guastato. E così Oliver non accetta il ricatto borghese del padre e sposa la povera e sgradita Jennifer. L’accoglienza al botteghino, non fu la stessa della critica. Io stesso che, lo confesso, ero portato alla “massa sociale”, sul “Farinotti” lo liquidai in poche righe: “Uno studente di buona famiglia in un college s’innamora di una ragazza di origine italiana. Si sposano. Lui continua a studiare e a litigare con il padre. Poi lei muore, a ventiquattro anni.”

Rivedendolo l’altro giorno, altra confessione, mi sono, in parte, ricreduto. E’ una storia che ci fa bene in questi mesi. E dico che il tempo, come spesso accade, screma l’essenziale e mette a posto le cose. E, in prospettiva, a Love Story, dedicherei più spazio. Del resto, ecco, l’ho fatto.

Pino Farinotti.

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