Rai Movie informa: “A sessant’anni dalla Palma d’oro, mercoledì 20 maggio trasmettiamo in prima serata La dolce vita, che inaugura il ciclo Federico Fellini, realista visionario.

Passano immagini dei “Vitelloni”, realiste, e del “Casanova”, visionarie.

Definisco quel titolo  “pietra di Stonehenge” per la sua importanza nella percezione del firmamento del cinema.

Tenendo quella mia definizione come paradigma, si può immaginare quella strepitosa struttura neolitica circolare, nella verde pianura dello  Wiltshire, Salisbury, Inghilterra, che accoglie altri titoli degni, che hanno dato indicazioni da stelle polari al cinema. Tutta roba italiana.

Mentre Fellini con  La dolce vita vinceva la Palma d’oro a Cannes, Antonioni si aggiudicava in quello stesso festival, il Premio della Giuria, con L’avventura e Visconti conquistava il Leone d’Argento a Venezia con Rocco e i suoi fratelli. Annata da età dell’oro dunque.

Ma non è finita, in quel cartello di giganti si inserisce anche De Sica, con la sua “Ciociara” e non è improprio dire che il regista ha catturato  l’Oscar, seppure per interposta persona, Sophia Loren.

Se poi si compie un piccolo salto temporale a ritroso, di un solo anno, ecco che il 1959 racconta il Leone d’oro vinto a pari merito da Rossellini (Il generale della Rovere) e da Monicelli (La grande guerra.) E così il gotha si è completato. Un biennio di miracoli. Noi eravamo quel cinema, allora.

Fra quei titoli citati, autentiche opere d’arte, per popolarità, incidenza e, sì, mito, prevalgono La dolce vita e Rocco e i suoi fratelli. Grazie anche alla cifra polemica che li toccò, che smosse istituzioni, cultura, letteratura, mistica e attraversò i confini. Il film di Fellini fu un’esplosione. Il regista e gli interpreti venivano insultati, la politica reagiva furibonda, per quell’immagine corrotta fino alla putrefazione che il  film trasmetteva della società romana che si estendeva all’intero Paese.

Il Vaticano incitava i fedeli a pregare perché Fellini, pecorella smarrita, si redimesse. Tutto questo naturalmente giovò al film che divenne un fenomeno: non si poteva non vederlo. Poi il tempo, come sempre accade, ha scremato le scorie estraendo l’essenziale, che significa capolavoro. Stonehenge, appunto. Mentre Fellini si occupava di Roma, il milanese Visconti si impegnava in Milano e raccontava una storia di meridionali che si confrontano con la civiltà industriale della città. E non possono che emergere tensioni interiori, turbe recondite dei caratteri di ciascun componente la famiglia. Il dramma esplode perché due fratelli amano la stessa donna che viene uccisa dal più debole e compromesso. Valendosi  di scrittori veri come Pratolini, Festa Campanile e Suso Cecchi d’Amico, Visconti non rinuncia alla sua attitudine di riferirsi a grandi autori della letteratura universale. E’ il registro della sua vicenda artistica, con le opere tratte da Cain (Ossessione) Dostoevskij (Le notti bianche), Camus (Lo straniero), Mann (La morte a Venezia) e gli italiani D’annunzio (L’innocente) Verga (La terra trema), Lampedusa (Il gattopardo).

Il grumo di dramma e cultura compresso in tanta conoscenza portano Visconti a esprimersi sui grandi temi accreditati e sicuri: il contrasto fra chi ha e chi non ha, la tentazione dell’autodistruzione, l’impossibilità dolorosa, insopportabile di realizzare le proprie passioni, di decidere il proprio destino. Milano e Roma, con le loro anime così distanti e così vicine. Niente di rassicurante che veniva irradiato dovunque, ma è grazie a quei titoli e a quegli autori che il cinema evolveva i suoi codici primari, l’happy ending e l’evasione pura, e scalava di categoria, diventando arte e cultura.

Pino Farinotti

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