Prima di tutto la definizione della locuzione inglese “Fan Club”, desunta dal vocabolario Treccani: Circolo di ammiratori e di sostenitori di calciatori, attori, cantanti e simili. La chiara, sebbene concisa, definizione fornita dal rispettabile Istituto dell’Enciclopedia Italiana illustra l’entità presa in esame, però non specifica né i modus operandi né che il fulcro del raggruppamento potrebbe anche essere un personaggio di fantasia o finanche un oggetto inanimato. I membri che vi aderiscono possono essere i più disparati (di etnia, religione, ceto ecc.), ma tutti sono accomunati dalla stessa passione verso quell’idolo, che a volte può rasentare del cieco fanatismo, tipo: “Non avrai altro feticcio al di fuori di me”. Ogni club, anche se ossequia lo stesso “totem”, può avere gestioni amministrative e regole comportamentali differenti, e non sempre i vari club sorti per il mondo stringono amicizie con i loro consimili, proprio per le sopraccitate differenze di conduzione. Il sostentamento non deriva soltanto dai contributi pecuniari dei membri (quota d’iscrizione e/o rinnovo annuale) ma anche da apporti di memorabilia: più “tesori” possiede un club, maggiore è la sua importanza. L’autorevolezza si può commisurare anche con le periodiche fanzine cartacee che vengono pubblicate, e sovente spedite per il mondo ai fans che ne fanno richiesta. Con l’avvento di internet i Fan Club si sono moltiplicati a dismisura, e non c’è più bisogno di una vera sede fisica, e tutto si svolge nel mondo virtuale. Questi Fan Club 2.0 sono molto più comodi e rapidi, perché le informazioni o gli scambi di opinione viaggiano velocemente in più parti del mondo. Chiaramente le star o le squadre di calcio hanno un loro sito o Fan Page, nelle quali inseriscono periodicamente le news e smerciano il loro merchandising originale, ma usualmente anche normali utenti creano siti/fan club, definiti unofficial. In questo caso una Fan Page creata da un ammiratore può essere più utile per carpire curiosità, sovente poco piacevoli al diretto interessato.

In ambito cinematografico, da quando ha iniziato a prendere forma lo Star System, i Fan Club hanno cominciato in parallelo a nascere per il mondo, proprio per venerare quei divi che riuscivano a regalare momenti da sogno. È anche merito di questi circoli se lo Star System si è ampliato, creando divi, alimentando il loro successo e, Post Mortem, portando avanti il loro ricordo. Tra i più noti, anche per uno spiccato folklore che li contraddistingue, ci sono i fan club dedicati al culto delle saghe di Star Trek e Star Wars. In questi due casi regolarmente la passione degli adepti si manifesta con una granitica idolatria, in particolare nelle convention annuali, in cui i fans si travestono come i personaggi delle pellicole e, i più caparbiamente filologici, si esprimono con l’originale idioma, tipo quello dei Klingon di Star Trek. Per conferma, e per riderci sopra, è sufficiente guardare il venditore di fumetti nel serial I Simpson, che in svariati episodi palesa la sua smisurata – e folle – passione per Star Trek (e non solo). Al di là di questi pittoreschi aspetti, gli va dato merito per aver scovato aspetti che sarebbero sfuggiti ai semplici occhi spettatoriali, e nell’aver contribuito ad alcune giuste notazioni storiche. In tale ambito, un altro Fan Club che merita una “zoomata” saggistica è il G-FORCE – THE GODZILLA SOCIETY OF NORTH AMERICA, sorto nella prima metà degli anni Novanta in Canada.

 

Come si evince facilmente è un Fan Club dedicato interamente a Godzilla, il grande mostro sorto cinematograficamente nel 1954 e, dopo molte reincarnazioni avvenute durante questi decenni, è ancora uno spettacolare mostro per il grande schermo. La prima società G-FORCE si manifestava soprattutto a livello cartaceo, con l’omonima fanzine. In tempi in cui internet era solo un’utopia per la maggioranza del popolo mondiale, questa appassionata rivista, inviata su richiesta a tutti i tesserati, era una preziosa miniera d’informazioni sull’universo di Godzilla. Le pagine contenevano saggi e analisi per ogni pellicola, aneddotica sulle produzioni, frutto anche di interviste con gli attori e le maestranze dei film; oltre a un immancabile spazio dedicato al mercatino, in cui i fans potevano acquistare, vendere o fare scambio del merchandising inerente a Godzilla. La fanzine G-Force ha fatto un lavoro veramente lodevole, proprio perché realizzato in tempi in cui non esisteva il Web, andando a colmare lacune storico-produttive, e portando avanti la memoria anche di quei film girati con infimi budget. Negli anni Duemila la rivista si è rinnovata, spostandosi su internet, consentendo così uno scambio e una fruizione di informazioni molto più rapido e comodo, ma scartabellando online si possono trovare in vendita le fanzine cartacee originali, e gli elevati prezzi (alcune oltre i 160 dollari) fanno capire come, sebbene ormai si possano trovare facilmente tutte le notizie su internet, questi “fogli” siano un prezioso tesoro per gli amanti del mostro.

 

Godzilla, in giapponese Gojira, è la figura più importante del genere Kaiju Eiga (letteralmente: film di mostri giganti), e nella sua prima terrorizzante apparizione fantascientifica nell’omonimo film era la metafora del pericolo nucleare, anche perché le due bombe atomiche sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945) erano storia recentissima. Da notare come questo tipo di horror-fantascienza contenente una spiccata metafora è uguale all’escamotage utilizzato nel cinema americano contro il pericolo comunista, come ad esempio testimonia il B-Movie Fluido mortale (The Blob, 1958) di Irvin S. Yeaworth. In questa prima pellicola Godzilla è cattivo e sanguinolento, ma già divertiva un pubblico di bambini, per tanto nelle successive pellicole i produttori hanno smorzato i toni paurosi e trasformato Gojira in un salvatore, che si scontra con altri giganteschi mostri cattivi per riportare la pace in Giappone. Principalmente le pellicole che hanno seguito l’originale, almeno fino alla fine degli anni Settanta, sono produttivamente molto povere, in cui si vede facilmente che il mostro è interpretato da un mimo con indosso un costume, che le città sono modellini in scala e i mostri volanti sono legati a fili trasparenti poco invisibili. Comunque, è stata anche questa pochezza produttiva, che a volte rasenta la parodia, a dare successo ai film. In totale le pellicole aventi Godzilla protagonista sono 32, poi ci sono i remake realizzati dagli americani. Mentre Godzilla (1998) di Roland Emmerich, produzione di grandissimo sfarzo in stile hollywoodiano, è stato stroncato unanimemente e gli incassi non sono stati mirabili, il reboot Godzilla (2014) di Gareth Edwards è stato accolto con maggiori favori critici e ottimi incassi, tanto da avere un seguito con Godzilla II – King of the Monsters (2019) di Michael Dougherty, e un altro di prossima distribuzione: Godzilla Vs Kong (2021) di Adam Wingard.

 

Per quanto riguarda il franchise giapponese, il percorso cinematografico di Godzilla viene strutturato in 4 ere, che traggono il nome dai periodi storico-politici del Giappone:

 

  1. Era Showa (1954-1975). Il periodo Showa corrisponde all’impero di Hiroito, che va dal 25 dicembre 1926 al 7 gennaio 1989. Le pellicole realizzate sono in totale 15.
  2. Era Heisei (1984-1995). Fa riferimento al periodo in cui l’imperatore era Heisei, succeduto al padre Hiroito dal 1989. Sebbene il 1984 sia ancora l’epoca Showa, viene posta questa data come inizio perché con Il ritorno di Godzilla (Gojira, 1984) di Koji Hashimoto, diretto sequel dell’originale, avviene il rilancio del franchise. In tutto la Toho ha sfornato 7 pellicole.
  3. Era Millenium (1999-2004). Il secondo rilancio di Godzilla effettuato dalla Toho è organizzato in modo tale da creare un mini serial cinematografico. Il serial è composto da 6 pellicole.
  4. Era Reiwa (2016-presente). La Toho, dopo un decennio di silenzio, ha deciso di riproporre Godzilla con un reboot. Il primo è il Live Action Shin Godzilla (2016) di Hideaki Anno e Shinji Higuchi, mentre le successive tre pellicole sono d’animazione. Per il momento non ci sono progetti in cantiere.

Roberto Baldassarre

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