I domiciliari cui siamo costretti  valgono come ritiro coatto, fisico e “metafisico”. Sono state toccate tante abitudini sociali, domestiche, ma anche tante sfere della nostra formazione che abbiamo costruito nel tempo, con applicazione, con  passione, che si sono radicate negli strati della nostra memoria e della nostra cultura. L’ideale e l’eroismo degli anni vulnerabili sono diventati segnali deboli e lontani. Non c’era più il tempo per coltivarli. Adesso il tempo, c’è. Questo mio recupero ho deciso di estenderlo agli studenti – età media 23 anni, tutti laureati- del  mio corso alla IULM sul rapporto fra letteratura e cinema. Non intendo generalizzare, ma non è improprio se dico che trattasi della generazione “Tarantino”: il cinema vale da Pulp fiction in poi. Era mia intenzione alzare il sipario sul pregresso, perché il cinema può partire da Pulp Fiction, ma poi procede a ritroso. Adesso la classe sa che il “sommerso” andava portato in superficie.

In una lezione ho privilegiato i “maestri assoluti”, colonne della formazione  di cui ho detto sopra:

Shakespeare, Cervantes, Goethe, Hugo, Tostoj, Joyce. Oltre a Proust, Walter Scott, Dumas. Il tema era sulla loro adattabilità al cinema. Molto diversa. Es: estrema per Shakespeare, “complicata” per un Joyce. Alcuni film, decisivi, sono stati analizzati in chiave di linguaggio, contaminazione, estetica e storia. Come Vertigo, L’età dell’innocenza, Jvanhoe , Genius, Scoprendo Forrester, Come eravamo, La mia africa, Il principe delle maree  e altri. Sono state propose sequenze antologiche, come quando Jeff Bridges e John Goodman cercano di disperdere nell’oceano le ceneri del loro amico nel Grande Lebowski. Il cinema italiano non è stato trascurato:il Realismo, Fellini e Visconti, nel loro percorso e nelle evoluzioni. E poi i maestri della “commedia” Risi e Monicelli. con focus sul La vita difficile, e La grande guerra. Passaggi  sono stati dedicati al cinema tratto da Stephen King e  Dan Brown. In parallelo la lettura di momenti apicali della letteratura. Due citazioni, fra le molte, dove il testo rimaneva puro e intergale: l’incipit di Angelo guarda il passato, di Thomas Wolfe e l’ultima pagina di On the Road,  di Jack Kerouac.

I riscontri degli studenti pur contenendo opinioni  diverse rivelavano un denominatore quasi comune. La comprensione della qualità, seppure nelle discrezioni, finisce per essere univoca. Ecco gli stralci di alcune delle schede degli studenti.

E’ stata l’occasione avuta per saperne di più su tanti titoli del grande cinema del passato, di cui abbiamo sempre discusso con evidenti amore e passione, così come quest’arte richiede.

Fino ad oggi mi ero limitata a confrontare unicamente la saga di Harry Potter, cercando di evidenziare tutte le differenze tra libro e film. Recentemente, anche grazie al suo corso, ho potuto effettuare un confronto tra l’opera di Francis Scott Fitzgerald e quella Baz Luhrmann.

Nell’epoca del New Deal il cinema assolse una funzione di proposta di felicità di cui oggi, mentre la pandemia prova le nostre coscienze, avremmo bisogno più che mai.

La mia personale percezione del cinema, mi ha portato a riflettere su alcune situazioni, non soltanto da un punto di vista “spettatoriale” ma anche da quello di un aspirante autore.

Il corso appena concluso ha fatto sì che comprendessimo al meglio il rapporto, a volte simbiotico, a volte dialettico, altre conflittuale, che intercorre tra le due grandi arti del novecento: il romanzo e il libro. Nel suo svolgimento ho trovato molti spunti di riflessione su come queste due discipline talvolta possano completarsi a vicenda e di come il cinema possa rielaborare e, in certi casi evolvere la parola scritta.

Pino Farinotti

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