Attraversando i canali che, in questo tempo di domiciliari traboccano di offerte di cinema, può succedere di incrociare qualcosa di particolare, una qualità nascosta.
Rai 3 ha proposto Il caso Collini, un film tedesco dell’anno scorso, diretto da Marco Kreuzpainter tratto del bestseller di Ferdinand von Schirach. Trattasi di storia vera. Nel 1944, a Montecatini si consuma uno dei delitti nazisti di guerra. Come rappresaglia per due tedeschi uccisi dai partigiani, il comandante della guarnigione, il giovane colonnello Hans Meyer ordina la fucilazione di 20 italiani.
Meyer costringe Fabrizio Collini, di 10 anni, ad assistere alla morte del padre, finito con due colpi alla testa, un trauma che il bambino accuserà per tutta la vita. Nel 2001 Fabrizio rintraccia Meyer, ora importante imprenditore berlinese e lo giustizia con due colpi, stessa modalità. Collini, arrestato non si difende, non parla. Ma il giovane avvocato Leinen, trova a Montecatini le prove del crimine e porta a conoscenza del giudice, e di tutti i tedeschi, una legge che dava l’immunità a migliaia di assassini come il colonnello, derubricando il crimine di guerra a “obbedienza a ordini superiori”. Fabrizio, che non ha l’animo dell’assassino, è travolto da quel nuovo trauma e si suicida in carcere. Con quel tragico promemoria il film, certo coraggioso, ha scosso la Germania e si è visto attribuire riconoscimenti importanti, fra i quali il “Premio di giustizia 2020” da Cinema for Peace Foundation.
In Germania è stato anche campione di incassi. Il film è dominato da Franco Nero (Collini), che non mai stato così completo e intenso e lo ritroviamo anche in ottima forma fisica. Eppure Nero, prove di attore ne aveva fornite davvero tante, magari tutte. E’ legittima una digressione, la merita.
Dico senz’altro che trattasi di uno dei più grandi attori del nostro cinema, per appeal, talento e per quella cifra, che appartiene a pochi italiani, che ne fa un divo internazionale. Paradossalmente, questa sua attitudine non lo ha favorito. Dagli anni settanta, quando al cinema italiano non serviva più l’appeal e la qualità, Franco Nero si è visto penalizzato. I modelli erano altri, quelli che incontri nella vita di ogni giorno, quelli che non distingui, quelli in cui non vuoi identificarti. Veniva a mancare l’eroe, valeva l’antagonista, normale, banale.
In carriera Nero ha dato corpo e volto a Valerio, il partigiano che giustiziò il duce, a Matteotti, a Lancillotto, a John Reed, l’americano rivoluzionario poi ripreso da Warren Beatty, a Garibaldi e Fra’ Cristoforo. E’ stato un credibile Sant’Agostino. E poi è stato detective e magistrato, artista e seduttore.
E poi, naturalmente, Django, che ha sedotto persino Tarantino. Appunto:“tutto”. Su di lui, riscontri che lo accreditano come attore oltreconfine: la predilezione da parte di autori come Buñuel (Tristana) e Fassbinder (Querelle di Brest). C’è dell’altro, diverso: nel 2012 la londinese Brunel University ha concesso a Nero una laurea honoris causa. La Brunel è uno dei maggiori atenei inglesi: arti, design, scienze sociali, sistemi informativi. La cerimonia è avvenuta dopo la proiezione di Django. E visto che Django continua a ricorrere chiudo il cerchio. Ero a Venezia, in una commissione del festival, un pomeriggio vedo seduti a un tavolino dell’Excelsior Nero e Tarantino. Mi avvicino a salutare il mio amico Franco che mi dice: “Ti presento Tarantino, il più grande regista americano”. E Tarantino, dandomi la mano: “Ti presento Franco Nero, il più grande attore italiano…anzi no, è una delle quattro più grandi star del mondo”. Voglio sapere: “E quali sarebbero le altre tre?” “Clint Eastwood, Alain Delon e Charles Bronson”.
Un avvallo di Quentin, non di Pino.
Pino Farinotti