Sabato 25 aprile in TV è stato trasmesso La ciociara. Il titolo richiama all’istante Vittorio De Sica e Sophia Loren. Ma il richiamo è parziale, perché trattasi della miniserie televisiva di Dino Risi. “Parziale” perché Sophia era protagonista in entrambe le edizioni. La “Ciociara” di De Sica data 1960, quella di Risi 1988. Prima nota di getto: Sophia, in entrambe è la protagonista Cesira, c’erano quasi trent’anni di differenza ma si vedono appena. Nei vari racconti del “master” naturalmente tutti rilevarono l’anomalia, ma la critica fu quasi dolce perché la Loren, 26enne, riuscì a porsi come donna d’esperienza, più matura della sua età, e madre credibile dell’adolescente Rosetta. Ma intendo il focus a monte, partendo dal romanzo di Alberto Moravia (1907-1990). Ho fatto tre nomi e un titolo: siamo dunque nella parte più alta dell’eccellenza italiana. La Bompiani  pubblicò il libro nel 1957, Carlo Ponti acquisì subito i diritti e il film uscì nel sessanta, appunto. Il grande successo editoriale, come accade in automatico, arrivò dopo il film. Seguirono le traduzioni nelle lingue principali. La critica letteraria fu certo positiva, ma non entusiastica. Gli specialisti ultrapuristi continuarono a segnalare come capolavori di Alberto Pincherle (nome vero di Moravia) Gli indifferenti (1929) e Agostino (1945). Forse per diffidenza verso il cinema, considerato da una certa élite letteraria, una disciplina, non (ancora) un’arte, magari una contaminazione. Ma a nobilitare quel titolo ci pensò Vittorio De Sica, regista, anzi artista italiano tout court. A legittimarlo era stato Cesare Pavese che alla domanda :”Chi sono i suoi autori preferiti” rispose “Tomas Mann e Vittorio De Sica.” Assimilando “arti” e autori. De Sica fece un film grande e perenne: significa che lo puoi vedere anche adesso e non ha perso un punto della sua “vedibilità”. La scheda del dizionario Farinotti può valere come sintesi delle tre opere.

“Regia di Vittorio De Sica. Con Sophia Loren, Eleonora Bown, Raf Vallone, Jean Paul Belmondo.

Tratto dal romanzo di Moravia. Durante l’ultima guerra Cesira, giovane vedova coraggiosa e battagliera, si rifugia con la figlia adolescente nel paese natale. Di lei si innamora Michele, un giovane intellettuale tormentato. Cesira decide di tornare a Roma: sulla strada del ritorno madre e figlia vengono violentate da alcuni soldati marocchini. La ragazza esce dalla terribile avventura totalmente sconvolta e la madre tenta invano di riavvicinarsi alla figlia: soltanto un nuovo dolore, la notizia della morte di Michele, scioglierà l’incomprensione tra le due donne. La cosa migliore è l’interpretazione della Loren, che per questo film vinse l’Oscar.”

Ma non fu da meno la performance di Eleonora Brown-Rosetta, padre americano e madre italiana.

L’antologia del cinema racconta di come De Sica, che per avere un risultato non aveva esitazioni (chiamiamole così), non ottenendo dalla ragazzina l’intensità necessaria nel pianto, le diede la notizia che i suoi genitori, in America, erano morti in un incidente. Il trucco funzionò, ma Eleonora ci mise degli anni prima di riuscire a sorriderne.

La Ciociara è una delle opere più rappresentate oltre il cinema. E’stata adattata per il teatro da Annibale Ruccello nel 1985, ripresa nel 2011 da Roberta Torre. Al testo di Moravia non è mancato neppure il melodramma. Mario Tutino ne ha tratto un’opera su commissione della San Francisco Opera. L’edizione televisiva di Risi non può non possedere la qualità del regista, che non avrà avuto l’avvallo di un Cesare Pavese, ma che è uno straordinario narratore della nostra epoca d’oro: La marcia su Roma, Il sorpasso, I mostri, fra gli altri. Il piccolo schermo ha favorito il racconto in chiave di tempo. I 100 minuti della prima versione sono diventati il doppio. Significa minore lavoro di sceneggiatura nelle sintesi e nelle omissioni. E’ importante. E poi, Sophia: un Oscar a 27 anni apre tutte le strade, compresa Hollywood e un altro Oscar, alla carriera, nel 1991.

Pino Farinotti

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