Passeggiando tra i corridoi del MIA di Roma, tra appuntamenti, pitch, panel e business meeting, emerge con chiarezza una verità che il settore conosce bene ma che raramente viene affrontata senza ricorrere alla retorica: il mercato audiovisivo internazionale non è un campo di gioco livellato.
Il dibattito di questa mattina, incentrato sulle sfide e sulle opportunità della produzione indipendente e sul rapporto tra produttori, broadcaster e piattaforme, ha riportato al centro una questione cruciale: come può sopravvivere, e soprattutto crescere, chi non dispone della forza finanziaria, commerciale e reputazionale delle major o dei grandi operatori globali?
Nel mercato contemporaneo il talento, da solo, non basta più. Un’ottima idea deve trovare finanziamenti, partner internazionali, distributori, finestre di sfruttamento e visibilità. Un percorso complesso che per una major rappresenta una procedura consolidata, mentre per un produttore indipendente si trasforma spesso in una corsa a ostacoli. Lo stesso MIA, che rappresenta una delle principali piattaforme europee di incontro tra creatività e industria, rende evidente questa differenza di peso specifico tra gli attori del settore.
Chi arriva al mercato con il marchio di una grande piattaforma o di un gruppo internazionale porta con sé una credibilità immediatamente riconoscibile. Ha accesso privilegiato ai decisori, capacità di investimento, forza negoziale e una rete consolidata di relazioni. Al contrario, chi rappresenta una realtà indipendente deve spesso spendere i primi minuti di ogni incontro per spiegare chi è, perché è lì e perché merita attenzione.
È una dinamica che non riguarda soltanto le dimensioni economiche. Riguarda il brand. Nel mercato audiovisivo contemporaneo il brand è diventato una moneta di scambio tanto importante quanto il contenuto stesso. A volte apre più porte un logo noto che una sceneggiatura eccellente.
Eppure sarebbe un errore leggere questa situazione soltanto in chiave pessimistica. Se il MIA continua ad attrarre centinaia di progetti e operatori provenienti da decine di Paesi, è proprio perché rimane uno dei pochi luoghi dove l’asimmetria tra grandi e piccoli può essere almeno in parte ridotta dal valore delle idee, dalla qualità dei contenuti e dalla capacità di costruire
La vera sfida per il futuro dell’industria non è soltanto favorire nuovi investimenti, ma garantire che il sistema non si chiuda progressivamente attorno ai soggetti già forti. Se la concentrazione del mercato diventa eccessiva, il rischio è perdere quella biodiversità creativa che ha sempre rappresentato il principale vantaggio competitivo dell’audiovisivo europeo.
Il MIA di Roma continua a essere un osservatorio privilegiato di queste trasformazioni. Ma il messaggio che emerge dai panel e dalle conversazioni informali è chiaro: non basta celebrare l’innovazione, occorre creare le condizioni affinché anche chi non dispone della potenza di fuoco di una major o di una piattaforma globale possa competere, crescere e costruire valore nel lungo periodo.
Perché il futuro dell’audiovisivo non dipende soltanto da chi ha più risorse. Dipende soprattutto dalla capacità del sistema di non lasciare indietro chi ha le storie migliori da raccontare.

Giovanni De Santis


































