Ho metabolizzato l’affair Parasite, il film di Bong Joon-ho che ha sconvolto, sì sconvolto, il movimento del cinema, ponendosi come titolo rivoluzionario, per molti aspetti, tutti primari. Non mi esprimo sui contenuti, i significati, i simboli eccetera, già ultra-raccontati.  

Avevo puntato sul bellico 1917 ma non mi sento… ferito dal mio errore, perché Parasite possiede qualità, non c’è dubbio. Da storico ho cercato, a memoria immediata, che poi è quella che sollecita meglio i ricordi, di scovare altri titoli esplosi come il coreano, un “monumento miliare”  che ha orientato, curvato, cambiato il percorso del cinema: Il cantante di Jazz, La corazzata Potëmkin, La grande illusione, Via col vento, Quarto potere, Ladri di biciclette, Rashomon, Il posto delle fragole, Vertigo, 8 e mezzo, 2001 odissea nello spazio. Qui mi fermo. Sono tutti film che hanno scalato disciplina e categoria, sono opere d’arte generale del Novecento. Parasite è sorprendente e scaltro, è “solo” un film, da 5 stelle, ma i titoli sopra sono hors catégorie,  7 stelle. 

Certo, il film coreano si impone su vari piani: spettacolo, cultura, sociale, politico, storico generale, messaggi, rivoluzione. Per cominciare un precedente non da poco, anzi, un unicum: è il primo Oscar assoluto in lingua non inglese. I premi: sappiamo, tutti i più importanti, compresi quelli al regista, alla sceneggiatura e al miglior film di lingua straniera (adesso si dice internazionale). E mi permetto una considerazione: se è il migliore in assoluto, lo è anche in relativo. Si poteva guardare altrove. Un premio-segnale in eccesso, quasi contradditorio. Altro dettaglio, non banale: il film aveva vinto anche il Golden Globe.    

Questi americani imprevedibili. Li conosciamo, e non parlo solo di cinema, a volte sorprendono. Due memorie. Fatte le debite s-proporzioni hanno fatto la rivoluzione, quella seria, decisiva, nel 1776, mandando gli inglesi a casa loro, 13 anni prima della Bastiglia. Nel 2009 hanno eletto presidente un afroamericano quando i tempi potevano non sembrare, al resto del mondo, ancora maturi. Presidente chiama presidente. Donald Trump, l’uomo dell’America prima di tutto, è probabile che sia rimasto infastidito, diciamo così, dalla serata delle stelle. E credo che il movimento americano, premiando un “estraneo” abbia voluto mandare un altro segnale al presidente repubblicano. Come a dire: “noi cinema, spettacolo, cultura, arte, progressismo, democrazia, prestigio” siamo capaci di guardare e valorizzare, in assoluto, se è il caso, qualcosa così lontano da noi e che neppure parla la nostra lingua. Beccati questa…. A suffragare ecco gli interventi di Robert De Niro e Brad Pitt, che non perdono mai l’occasione di propaganda anti Trump.  

Ancora: i premi. Lo scorso anno il film di Bong Joon-ho si è aggiudicato la Palma d’oro di Cannes, nientemeno. Un riconoscimento che pesa, in termini un po’ diversi, quanto l’Oscar. Ebbene, in tutto il percorso del cinema, solo un altro titolo è stato capace di tanto, Marty, vita di un timido, di Delbert Mann, nel 1955. Pur essendo un racconto agli antipodi rispetto a Parasite, qualche analogia sussiste.Trattasi di intenzione di cambiamento.“Marty” racconta di un macellaio e di un’insegnante, nel Bronx, persone del tutto normali, senza fascino, così come la storia. La scelta dell’”Academy Award”, così anomala e distante dalla tradizione dell’Oscar, sorprese tutti. In quegli anni vincevano Da qui all’eternità, Fronte del porto, Il ponte sul fiume Qwai, Ben Hur. Ma  forse quel premio era anche un omaggio a un genere che allora conquistava tutti, il nostro realismo –Marty di cognome fa Piletti, guarda caso-. Nei due anni successivi Fellini si sarebbe preso gli Oscar con La strada e Le notti di Cabiria. Ma c’è di più, Ernest Borgnine, che per tutta la vita è stato un ottimo caratterista, superò competitor come James Cagney, James Dean, Frank Sinatra e Spencer Tracy. Buttali via, direbbe Woody. 

Sì, davvero speciale questa edizione  2020 dell’Oscar. 

Pino Farinotti

Pino Farinotti


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