Non è facile navigare nel mare della produzione e distribuzione di contenuti audiovisivi (potevo dire “cinema” ma avrei fatto torto a tanti altri media). Per le società indipendenti poi lo sta diventando ancor di più. Abbiamo appena dato la notizia delle difficoltà di Open Road e di IM Global passate entrambe sotto l’ala della Tang Media Partners, ma anche altri altrettanto blasonati operatori non se la passano meglio.


Broad Green ad esempio ha di recente chiuso la divisione dedicata alle produzioni licenziando una quindicina di dipendenti dopo una sfortunata serie di insuccessi durata per ben tre anni. Aveva esordito nel 2014 avendo alle spalle un miliardario di nome Gabriel Hammond e con progetti ambiziosi che includevano collaborazioni con maestri del calibro di  Terrence Malick per finire poi a rincorrere il botteghino con film di genere piuttosto mediocri come “Wish Upon” di John R. Leonetti (alla sua prima prova come regista e più noto come direttore della fotografia di “The Mask” e “Mortal Kombat”) che per fortuna in Italia probabilmente non arriverà mai.


EuropaCorp di Luc Besson ha accusato il colpo del modesto esordio dell’ultimo colossal di fantascienza Valerian e la città dei mille pianeti” (forse è la maledizione dei titoli troppo lunghi). Weinstein Company ha virato verso la TV riducendo considerevolmente i budget dedicati ai nuovi progetti cinematografici.


Relativity Media invece dopo il fallimento di due ani fa è risorta ridimensionata ed unicamente come casa di distribuzione. Eppure era sul mercato da undici anni, periodo non trascurabile per una casa di produzione indipendente, durante i quali aveva prodotto film di successo come il recente “Masterminds- i geni della truffa” , “L’ultimo dei templari” ma soprattutto il pluripremiato (tra cui due oscar entrambi per il ruolo di attori non protagonisti) “The Fighter” . Il suo fondatore Ryan Kavanaugh aveva dichiarato che un’accurata analisi dei dati consentiva alla società di violare i segreti di come funzionava il box office. Qualcosa si dev’essere guastato in quel formidabile algoritmo se alla fine la società è fallita con un buco da mezzo miliardo di dollari.


Lo scorso mese è toccato invece a Green Light international, i produttori di “Imperium” ed il più modesto “Urge” con un ormai sempre più decotto Pierce Brosnan, di dichiarare bancarotta dopo aver intascato anticipi dai distributori per 410 mila dollari per pagare stipendi ed una poco opportuna vacanza in Riviera dopo lo scorso festival di Cannes. Avevano lanciato la società appena due anni fa, hanno prodotto due film e co-prodotti altrettanti (“Custody” e “Antibirth”), prima di gettare la spugna ed scendere dal ring.


Società che chiudono ce ne sono sempre state nello show-biz ma la novità degli ultimi due anni è che non sono sorti nuovi soggetti del medesimo calibro di quelli che hanno abbandonato il campo. La dinamica a cui assistiamo è quindi una contrazione degli operatori, i quali rimangono schiacciati tra la potenza di fuoco delle major e la maggiore elasticità delle piccole società. Incapaci di competere con le une eppure troppo strutturate per mettersi alla cappa in caso di tempesta come fanno invece le altre.

Questa polarizzazione comporta la ritirata verso produzioni limitate dai generi di film. Un dramma o una commedia, al limite un horror, sono le piste battibili da piccole società, mentre la Sci-Fi, l’action, il colossal storico o fantasy rimangono appannaggio delle major. Un fenomeno che qui da noi è tristemente ben consolidato ormai da tempo. Un primato, almeno in questo settore, che avremmo volentieri mancato.

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