Cannes 2026: un’apertura senza Italia. E il problema non è solo la selezione

Cannes 2026 si apre con un grande assente: il cinema italiano. Non è la prima volta, certo. Ma quest’anno l’assenza assume un peso diverso, quasi simbolico. Non perché manchino i film, quelli esistono, circolano, cercano spazio, ma perché manca un ecosistema capace di portarli fin qui, nel luogo dove il cinema internazionale si misura, si espone, si reinventa. Cannes non è solo un festival: è un acceleratore di immaginari. E quando l’Italia non c’è, si sente.

La mancanza di titoli italiani non è un incidente di percorso. È il risultato di un sistema che negli ultimi anni ha alternato picchi di vitalità a lunghi momenti di stallo, dove la progettualità si è spesso piegata alla logica del bando, della rincorsa, della frammentazione.

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L’Italia continua a produrre opere che altrove verrebbero accompagnate, sostenute, spinte. Da noi, invece, il percorso internazionale è spesso lasciato alla buona volontà dei singoli, alle intuizioni delle piccole società indipendenti, alla capacità di resistere più che di competere. Il risultato è un paradosso: un Paese che genera cinema ma non riesce a trasformarlo in presenza.

Gli autori ci sono, le storie pure. Quello che manca è la continuità: produttiva, istituzionale, distributiva. E Cannes, con la sua lente impietosa, lo rende evidente.

Cannes come specchio, non come tribunale

La selezione non è un giudizio morale. È uno specchio. E lo specchio quest’anno ci dice che il nostro cinema ha bisogno di una strategia, non di un colpo di fortuna. Ha bisogno di una visione che unisca produzione, distribuzione, promozione internazionale. Ha bisogno di un sistema che non lasci soli gli autori e non costringa i produttori a navigare a vista.

Costruire, non lamentarsi

Se c’è un lato positivo in questa assenza, è proprio la possibilità di leggerla come un punto di ripartenza. Non serve cercare colpevoli: serve costruire alleanze, percorsi, continuità.

  • Sostenere la distribuzione indipendente — perché senza distribuzione non c’è visibilità, e senza visibilità non c’è futuro.
  • Stabilizzare le politiche di finanziamento — con strumenti chiari, tempi certi, obiettivi misurabili.
  • Investire nei talenti emergenti — non come eccezione, ma come linea editoriale del Paese.

Cannes 2026 ci ricorda che il cinema italiano non è scomparso: è semplicemente meno accompagnato, meno protetto, meno proiettato verso l’esterno. L’assenza di quest’anno può diventare un’occasione, se la si legge come un invito a ripensare il sistema, non come una condanna.

Perché l’Italia, quando arriva a Cannes, sa ancora lasciare il segno. Il punto è arrivarci.

Giovanni De Santis

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