Come per i romanzi, che letti in momenti diversi della vita hanno un sapore diverso, così anche i film, rivisti a distanza di anni, ci fanno percepire una diversa prospettiva. I piani narrativi, in letteratura e nel cinema, possono essere molto complessi, nascondere un conglomerato di richiami e connessioni lontane che non sempre è possibile focalizzare con la dovuta precisione. La nostra percezione dipende anche da una serie di fattori esterni, come il livello di attenzione, il collegamento con qualcosa di personale, l’umore di quel particolare momento o magari un parallelismo fuorviante che ci impedisce di afferrare l’essenza di un sistema. Con una seconda lettura, tutte queste variabili e combinazioni si possono magicamente allineare facendoci notare alcuni dettagli e collegamenti che la prima volta ci erano sfuggiti, così da arrivare a una comprensione più profonda che può spingersi in alcuni casi a una piccola catarsi conoscitiva.

Un film concepito per il cinema, con la spettacolarità visiva e sonora di una grande sala cinematografica, visto per la seconda volta sul minuscolo schermo incastonato nel sedile di un aereo, non farebbe ben sperare.

Ho rivisto INTERSTELLAR sul volo Alitalia Roma – Miami del 23 luglio 2016 e mi ha colpito molto di più della prima volta, quando nel 2014 uscì al cinema in Italia.

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Uno dei motivi potrebbe essere la voce del protagonista, doppiato in un italiano neutro nella versione che ho visto in sala, mentre in aereo c’era la scelta della versione originale, con la voce vibrante di Matthew McConaughey, attore di enorme talento, che in inglese sembra legare ogni parola in un suono quasi ininterrotto, senza pause.
Nonostante il fastidio del mio vicino, che per ben due volte mi ha costretto a interrompere la visione perché voleva uscire, le assistenti di volo con i vassoietti di cibi precotti che riservano sempre brutte sorprese, qualche bambino frignone, qualche “fregnone” che non smette di parlare ad alta voce neanche al buio… ecco che, nonostante tutti questi disturbi, la seconda visione di INTERSTELLAR mi ha rapito.

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Nella mia classifica, se pure non raggiunge l’olimpo dei capolavori come “La dolce vita”, “Amarcord”, “L’avventura”, “Il posto delle fragole”, “La conversazione”, “Blade runner”, “Berry Lindon”, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “La battaglia di Algeri”, “L’amico americano” … e anche “Il divo” di Paolo Sorrentino (per non andare sempre e troppo indietro nel tempo), oltre a molti altri titoli del mio immaginario… INTERSTELLAR è appena mezzo passo indietro. Sarebbe bastato poco a renderlo perfetto. Quel “poco” è una delle cose più difficili da raggiungere, perché per realizzare un film davvero grande, oltre al talento serve anche un po’ di fortuna. Persino ai più bravi riesce poche volte nella vita.
Mi accontenterei mi succedesse almeno una volta.

This photo released by Paramount Pictures shows, Matthew McConaughey, left, and Anne Hathaway, in a scene from the film, '"Interstellar," from Paramount Pictures and Warner Brothers Pictures, in association with Legendary Pictures. (AP Photo/Paramount Pictures, Melinda Sue Gordon)

Forse, se invece di Anne Hathaway e Michael Caine il regista Christopher Nolan avesse usato altri due attori (non che non siano bravi, ma in questo caso così particolare le loro facce si portano dietro troppi altri film)… magari due attori meno conosciuti, come la figlia dodicenne del protagonista, Mackenzie Foy, un mostro di bravura, che ruba la scena persino a Matthew McConaughey. C’è poi qualche eccesso di compiacimento filosofico e scientifico dello sceneggiatore quando si parla di questioni spazio-tempo e gravità…

Ciò nonostante il film è straordinario.
In un mondo condannato a una morte lenta, seppure all’interno di un’organizzazione sociale quasi normale, un ex pilota della NASA, dopo la morte della moglie si trasforma in un contadino che gestisce (con il vecchio suocero, un figlio adolescente e la figlia) una fattoria in una landa desolata, colpita da improvvise e violente tempeste di polvere.
Questo originale nipote di “2001 Odissea nello spazio” combina l’immaginario della fantascienza con una dimensione rurale, alla quale la maggior parte degli uomini sono ormai destinati. Solo pochissimi sono autorizzati a continuare gli studi: non c’è bisogno di altri ingegneri in un mondo che sta perdendo gradualmente le risorse alimentari perché le piante non producono più il necessario alla sussistenza dell’umanità, ma servono dei bravi contadini. E’ un processo irreversibile che gli scienziati stanno cercando di fermare. La NASA c’è ancora, ma il governo tiene nascosta la sua esistenza e i suoi progetti: l’opinione pubblica non approverebbe un tale spreco di mezzi quando la contaminazione dell’atmosfera terreste sta gradualmente uccidendo le coltivazioni che permettono al genere umano di sopravvivere. Il fenomeno inizia con una graduale diminuzione nella produzione, fino ad arrivare all’estinzione… una specie dopo l’altra. Il risvolto “ecologico” è ben congeniato e rimane sufficientemente astratto.
Ma ecco che il nostro protagonista, grazie alla sua bambina geniale che gli suggerisce l’interpretazione di un dato anomalo, trova delle strane coordinate che identificano un luogo preciso, e decide di indagare. Quelle coordinate segrete, indicano proprio la base nascosta della NASA, dove centinaia di scienziati lavorano indefessamente per salvare l’umanità.
Matthew e la figlia vanno per curiosare, ma vengono subito catturati dalla sicurezza… Il capo progetto della base è uno vecchio professore con il quale il nostro eroe aveva lavorato quando era ancora in forza alla NASA. Il personaggio interpretato da Matthew McConaughey, che ovviamente era il miglior pilota sulla piazza prima del lutto che l’ha portato a mollare, viene subito reintegrato e, dalla guida del suo trattore, senza nemmeno un corso di aggiornamento, ritorna al comando di una sofisticata nave spaziale di ultima generazione che dovrà entrare in una specie di “buco nero” dalle parti di Saturno, per raggiungere un’altra galassia… dove un’ora corrisponde a sette anni di vita sulla terra.

Foy Mackenzie

Foy Mackenzie

Prima di partire promette alla figlia che tornerà, ma le spiega che per il diverso scorrere del tempo nel modo che andrà a esplorare, al suo ritorno potrebbero addirittura avere la stessa età! Le consegna un orologio, identico a quello che ha al polso. Con quei due orologi gemelli e sincronizzati, avranno modo un giorno di controllare il tempo che li avrà separati.
La figlia è furiosa per quella scelta del padre, e solo più avanti capirà che si è sacrificato “per salvare il mondo”.
Durante la missione qualcosa va storto e i tempi si allungano pericolosamente, tanto che Matthew ritorna sulla terra appena in tempo per rivedere la figlia, ormai bisnonna o giù di li, vicina alla morte (interpretata da Ellen Burstyn, al tempo bellissima madre dell’indemoniata in “L’Esorcista”). Per lui sono passate solo poche ore e ritorna nel mondo che con la sua missione ha contribuito a salvare esattamente com’era partito.
Dalla misteriosa dimensione spazio temporale che lo aveva intrappolato, in extremis era riuscito a trovare una via di comunicazione con la figlia, ormai quarantenne, utilizzando un semplice alfabeto morse, applicato alle lancette dell’orologio gemello al suo, che aveva consegnato alla bambina prima di lasciare il pianeta Terra.
Questa è la storia, per chi non avesse visto il film.

Tra qualche decina di mediocri scelte del menù “cinema” di Alitalia, INTERSTELLAR è quasi una scelta obbligata. Ho sperato in un poliziesco con Sandra Bullock, ma dopo cinque minuti mi sono fermato: un film “fatto con lo stampino” dove tutto era prevedibile, scontato e inutile.

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Sono passato ai film italiani, non volevo fare lo snob…
A parte “Lo chiamavano Geeg Robot”, che ha una sua originalità e freschezza (ma l’avevo già visto) e un paio di altri titoli quasi sopportabili, gli altri erano delle porcherie ignobili, girati male, scritti peggio, senza gusto, con delle “scelte estetiche” incomprensibili e sempre lasciate al caso…
Ho adottato il criterio di concedere i primi cinque minuti come per Sandra Bullock… ma in alcuni casi dopo il primo minuto mi è stato impossibile andare avanti. Non ce l’ho fatta esaurire la sezione, mi sono depresso prima: questo provoca in me la quasi totalità delle “nuove commedie italiane” che rappresentano la quasi totalità della selezione di Alitalia. Posso capire che il pubblico medio, considerato quasi “demente” da Alitalia, possa essere affamato di quel puro intrattenimento e svago al quale è stato educato da una cattiva televisione, ma nella scelta, visto le cifre irrisorie che pagano per l’acquisizione dei diritti, potrebbero almeno aggiungere qualcosa di meglio per chi cerca di vedere comunque un film, e non una brutta copia della televisione. Se almeno tra i “classici” ci fosse qualcuno dei tanti titoli che hanno fatto grande il cinema italiano, quando i nostri film giravano il mondo, erano amati ovunque e hanno contribuito ad affermare l’Italia come luogo speciale di cultura e di bellezza… un’eredità che è stata ormai dilapidata dalla mala gestione della politica. Che figura ci facciamo con i turisti che magari, dopo un bel viaggio in Italia, per mera curiosità iniziano a vedere uno di questi film? Sul piccolo e impietoso schermo dell’aereo, questi prodotti pieni di cattivo gusto, già dalle prime inquadrature danno una sensazione di approssimazione e sciatteria: attori ammiccanti che cercano di strappare subito la risata… trovatine “originali” viste in altri cento film e spesso copiate male… doppi sensi… Che pena!
INTERSTELLAR rimane “maestoso” nonostante la pessima fruizione e anche in “miniatura”, cattura, convince, emoziona, sorprende… Questo è il cinema.

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Il giorno prima di partire per Miami sono andato a vedere una mostra di Marco Tirelli, che mi aveva chiesto di fare delle riprese per documentarla. Riprendere gli artisti e il loro lavoro negli ultimi anni è diventata per me una vera passione, che si potrebbe dire porto avanti “a tempo perso”, ma in realtà quel tempo mi sembra piuttosto “ritrovato”. Ogni tanto Marco mi telefona per segnalarmi una sua mostra e cerco sempre di trovare il modo di andarci, come faccio anche per altri artisti che negli anni sono diventati miei amici o conoscenti. Ho montato già diversi documentari con quei materiali, che ogni tanto vengono proiettati nelle Accademie, oppure a qualche festival, fondazione o museo.

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A Roma dove, tra il protagonismo dei singoli e la disgregazione del sistema, il “mondo del cinema” è ormai quasi totalmente privo di connessioni, di possibilità di scambi o incontri (almeno per me), il mondo dell’arte ha ancora una sua unità, una coesione, un impegno comune. Questo almeno leggo nel confronto. E’ bello ritrovarsi alle mostre, alle inaugurazioni… e poi si finisce al ristorante in una tavolata eterogenea, dove magari coabitano un grande maestro affermato a livello mondiale e un paio di giovani artisti che si stanno facendo le ossa, un curatore appena rientrato da un lavoro all’estero, il direttore di un museo Lituano di passaggio a Roma… un fotografo, un avvocato esperto in diritti d’autore, un ex ambasciatore noto collezionista… un vecchio gallerista che fa la sua analisi sulle grandi economie che si muovono a livello internazionale attorno all’arte… L’ultima battura all’asta di Tano Festa balzato a mezzo milione di Euro, quando fino a solo un anno fa… Chiaramente c’è una speculazione in corso, un grosso movimento di opere e di denaro! Che senso ha tutto ciò…? Quando il mercato si appropria di un artista e lo porta molto in alto… Vi sembra evitabile o fa parte del gioco? Quando ne ho l’occasione nomino Laura Grisi, che ho intervistato e mi ha profondamente colpito, al punto che da subito ho provato dell’affetto per lei, oltre all’ammirazione per il suo lavoro: dagli anni sessanta fino agli anni ottanta ha fatto grandi cose, anche negli Stati Uniti, ma oggi in Italia non vengono nemmeno lontanamente riconosciuti il suo valore e la sua storia.
Insomma si parla, si beve insieme, ci si conferma l’affetto e la stima reciproca. Si sa che ci si rivedrà presto…

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La mostra di Marco era particolarmente bella.
In una stanza, lunga e stretta, cinque grandi cerchi neri “affrescati” sulle mura: uno sulla parete al fondo e due per ogni lato. Nel silenzio di quello spazio illuminato artificialmente, mentre si cammina vicino alle opere, cambiando punto di vista e prospettiva, si avvertono come delle vibrazioni… Due cerchi sono “lavorati” con dei segni che, graffiando il muro, hanno riportano alla luce il bianco sottostante: un gioco simmetrico con quattro cerchi collegati da linee diagonali che in un gioco visivo fanno pensare alla possibilità di moto perpetuo… un movimento di linee a ventaglio che suggeriscono una specie di fuga verso un possibile accesso dentro il “nero”, leggermente decentrato ma, proprio per questo, catalizzatore di un’energia che suggerisce la possibilità di un quel passaggio.

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Gli altri tre “buchi neri” giocano con lo spazio tridimensionale, con forme di metallo applicate in relazione alla sfera di oscurità che potrebbe affacciarsi su un altro mondo. Una corda di pianoforte… una specie di triangolo che fuoriesce dal muro e si mette in relazione con il segno di analoga forma… una specie di lancia posta in orizzontale, quasi pronta a trafiggere il passante.

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Rivedendo per caso INTERSTELLAR meno di ventiquattro ore dopo la mostra, con i buchi neri che portano da una galassia all’altra, ho pensato alle parole di Marco che cercava di spiegarmi un ricordo del suo passato. Quando abitava in campagna guardando dalla sua finestra nella notte e pensava al “quadrato nero” di Malevic, come a un’apertura su un mondo segreto che poteva in quel caso essere la memoria del mondo illuminato dalla luce del sole, ora immerso nell’oscurità assoluta. Oggetti invisibili che, come dei fantasmi, potevano prendere forma solo con un raggio luminoso… Un mondo da esplorare attraverso la mediazione del suo lavoro di artista.

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Marco Tirelli ha un rapporto quasi ossessivo con il suo lavoro e se ne avverte la fatica, il tormento di una ricerca, di una dedizione continua, impegnata ad affilare gli strumenti, a definire gli spazi, misurare i volumi…

Una scena geniale, spettacolare e sorprendente della prima parte di INTERSTELLAR, è quella della “cattura” di un vecchio drone vagante (che fornirà poi le coordinate della base segreta della NASA). La scena è molto bella anche perché nonostante nulla venga spiegato, è chiarissima. In quel mondo strano, dove tutto è in qualche modo in dismissione, è possibile che un drone da perlustrazione possa essersi perso, e continui a vagare per anni raccogliendo dati…

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Matthew lo vede mentre con il suo pick-up da agricoltore, sta accompagnando a scuola i figli. L’inseguimento comincia: senza esitazione il pick-up si lancia a tutta velocità lasciando la strada sterrata per infilarsi in un grande campo di mais. Mentre il terreno irregolare e le piante che vengono falciate, rendono la guida difficile, Matthew continua a seguire il drone e armeggiando con il suo portatile cerca di “agganciarlo”. Ci vuole un po’ di tempo, ma proprio sul margine di un dirupo l’operazione riesce. Muovendo delicatamente un dito sul computer, ora può controllare i movimenti del drone… Anche la figlia ci prova, dapprima timidamente, ma poi prede il controllo del mezzo e lo fa virare proprio davanti ai loro occhi, un’elegante evoluzione nello spazio aereo prospiciente il dirupo dove il pick-up si è fermato. Il drone verrà poi fatto atterrare per recuperare il suo hard disk carico di informazioni.

Ho fatto qualche domanda a Marco sulla sua vita privata e sulla sua infanzia, di cui sapevo poco. Suo padre era segretario dell’Istituto Svizzero, e lui è cresciuto in quel meraviglioso palazzo, con un giardino pieno di rose, in una condizione quasi sospesa mentre a poche centinaia di metri, a via Veneto, c’era lo scoppiettante trambusto della dolce vita, quando Roma era il centro del mondo.

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Negli anni dell’Accademia è stato allievo di Toti Scialoja: l’Action Painting che aveva attraversato il pianeta dagli USA al Giappone, passava anche da Roma. Ci sono opere di Scialoja degli anni 80’ e 90’ che sono pressoché identiche a quelle che faceva Schiraga in Giappone, salvo che oggi, con il fenomeno Gutai, mentre allora avevano più o meno lo stesso valore di mercato, oggi Shiraga vale cento volte di più. Questo, che magari non è così importante da un punto di vista ideale, lo è per le grandi economie che ormai si muovono nel mondo dell’arte, in linea con la follia che fa costare Christopher Wool cinquanta volte più di Jacopo Robusti (Tintoretto).
Nessun governo in Italia è stato in grado di proteggere i suoi artisti, portando avanti una politica culturale lungimirante, anzi, si può dire che una politica culturale vera non c’è mai stata. La politica italiana ha quasi sempre ridotto l’arte e il cinema a mera merce di scambio, a disposizione di una classe di mediocri e ottusi parassiti, per attivare qualche proficuo mercato di favori, niente di più… salvo poi presentarsi in pompa magna a raccogliere allori quando nonostante tutte le difficoltà, il valore di qualche artista ha trovato altre strade per imporsi, in Italia e nel mondo. Nella dispersione delle responsabilità ci si dimentica della lunga schiara di artisti, cineasti, scrittori… che non hanno avuto la forza di resistere la solitudine della lotta, e si sono persi.
Eppure c’è un altro indiscutibile valore che affiora nell’arte.
Un grande gallerista che conosco, quando vuole esprimere il più appassionato apprezzamento nei confronti di un artista dice: “Ha tenuto.” Questa estrema sintesi sta a significare che l’artista in questione è riuscito a mantenere fino alla fine quel rigore, quella determinazione, quella forza, che definiscono il suo contributo, unico e fondamentale. Normalmente, dopo avere ripetuto questo concetto, con tono ammirato e sognante dice: “Eh sì. E’ un gigante!”
Per un artista è facile perdersi per strada, per i motivi più disparati: la malattia, la morte prematura, le lusinghe del mercato, l’incapacità di sopportare l’isolamento, la disperazione, la dipendenza dall’alcool o dalle droghe che curiosamente in altri casi può diventare invece il motore dell’effetto contrario… Difficile trovare una regola, al di la della “tenuta”, come dice appunto il mio amico. Abbandonare la ricerca e la fiducia ha un effetto immediato nella qualità del lavoro. Si può darla a bere per un po’, ma nella lunga distanza, nell’arte c’è una giustizia superiore che parla un linguaggio segreto destinato ad imporsi.

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Tornando a Marco che, insieme al caro Gianni Dessì, è quello che conosco meglio del “gruppo” ancora inutilmente identificato con il limite di un quartiere della capitale (addirittura di uno specifico edificio, un tempo adibito alla fabbricazione della pasta)… il rigore è riuscito a mantenerlo. Lo avrei visto meglio a Buenos Aires o Città del Messico, a Shanghai, al limite a Londra o Berlino. Roma è una meravigliosa trappola (parlo anche per me) che dà l’illusione di essere una buona base, ma con la sua millenaria abitudine al cambiamento, è troppo dispersiva per “la tragica lotta dell’arte contro il tempo”.

La questione del tempo, affrontata con un paradigma un po’ approssimativo ma affascinante in INTERSTELLAR, ritorna sempre. Le nostre giornate a un certo punto finiscono, come è destinata a finire la nostra vita.

A diciotto anni Marco ha iniziato a lavorare come assistente di Alighiero Boetti che, da grande anticipatore e inventore di metodologie di lavoro, aveva attorno a se un gruppo di giovani, ai quali affidava la finalizzazione tecnica delle opere che inventava.

Alighiero Boetti

Alighiero Boetti

Da quando l’ungherese László Moholy-Nagy già nei primi anni venti con i suoi “quadri telefonici” (realizzati da un artigiano al quale forniva via telefono tutte le indicazioni) aveva anticipato queste procedure, dovrebbe essere normale… ma mentre per altre forme d’arte (musica, cinema, teatro) è ovvio e implicito, per le arti figurative rimane ancora qualcosa di strano. Eppure molti grandi del passato avevano le loro “botteghe”, le loro “scuole”, dove spesso parte delle opere venivano dipinte dagli assistenti e il Maestro si occupava solo dei volti.
Marco agiva per Boetti quando era necessaria una particolare precisione nel disegno. Partecipare a quel processo creativo fantasioso e sorprendente, l’ha aiutato a trovare una sua strada, un nuovo equilibrio, proprio per il naturale paragone con l’Accademia che ancora stava frequentando.
Dai suoi racconti affiora anche un’altra lettura possibile del lavoro di Boetti che nonostante l’apparente dimensione giocosa e ironica della sua arte, nascondeva un “cuore in inverno”, una tragicità di fondo, che non a caso si combinava a una natura autodistruttiva. La sua ricerca, che tentava di “abbracciare” il mondo con l’arte, era comunque destinata a dei risultati parziali, in una lotta contro il tempo, per l’inevitabile condanna alla non immortalità. La mente di Boetti vagava senza tregua e senza pace, sperimentando nuove metodologie e combinazioni, come ad esempio i suoi “lavori postali”, dove il moltiplicarsi di lettere con francobolli di paesi lontani, recapitate a un particolare indirizzo, faceva entrare nell’azione artistica anche il meccanismo di consegna della posta e le sue convenzioni. Non è un caso quindi, che anche “il caso” (implicito nello spostamento via posta di oggetti nomali che diventano oggetti d’arte) facesse parte del processo creativo. Boetti non poteva certo prevedere il punto esatto nel quale le buste affrancate che spediva dall’Africa venivano poi timbrate nei vari uffici postali, né la perfetta conservazione della carta durante il viaggio…

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Una grande lungimiranza e un’inventiva instancabile, ma anche la tragica incapacità di fermarsi e trovare un po’ di pace, con l’illusione del raggiungimento di un risultato.
Una delle sue ultime opere, realizzata prima di morire, è una statua autoritratto dove Boetti rivolge un getto d’acqua sulla sua testa. “Mi fuma il cervello”, un titolo che esprime chiaramente il disagio, la fatica di convivere con un eccesso di creatività, con un demone che lo divorava dall’interno nella costante sete di una ricerca senza l’illusione di arrivare a un risultato che riuscisse a soddisfarlo pienamente.

L'opera di Boetti "mi Fuma Il Cervello"

L’opera di Boetti “mi Fuma Il Cervello”

Forse l’unica soluzione per Boetti, come per Marco e per me, sarebbe quella di trovare il “buco nero” di INTERSTELLAR e avere il coraggio di saltarci dentro, perdendo tutto quello che abbiamo, per trovare in un’altra dimensione quel “segreto” che nella nostra dimensione è impossibile afferrare. Ma ecco che questa dinamica, solo apparentemente fallimentare, ci regala il motore di cui abbiamo bisogno, perché il massimo a cui possiamo aspirare sta sempre e solo nella ricerca.

 

Ferdinando Vicentini Orgnani

Ferdinando Vicentini Orgnani

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