E’ risaputo che gli inglesi perdono tutte le battaglie tranne l’ultima. L’ultimo film scritto e diretto da Christopher Nolan tratta forse della più nota tra esse: l’evacuazione dell’intero corpo di spedizione inglese dalle coste francesi tra la fine di maggio ed i primi di giugno del 1940.  La Royal Navy trasse in salvo quasi 340.000 uomini tra inglesi e francesi al prezzo di enormi perdite che ammontarono a circa 200 imbarcazioni e 170 apparecchi. Ma d’altro canto, come ebbe a dire il contrammiraglio Andrew Cunningham, comandante in capo della flotta del Mediterraneo nella seconda guerra mondiale, “Ci vogliono tre anni alla Marina per costruire una nave. Ce ne vogliono trecento per ricostruire una reputazione.” Sì perché Dunkirk non fu né la prima e né l’ultima volta che la Royal Navy dovette evacuare l’esercito per toglierlo dai guai. Accadde in Norvegia pochi mesi prima, e poi in Grecia quasi un anno dopo. Per quel tempo la marina chiamava l’esercito con l’appellativo di “gli evacuati” (e parafrasava l’acronimo della Royal Air Forse in Royal Advertising Force, reputando a torto che lo sforzo massimo si traduceva nell’affissione di manifesti per il reclutamento). Tra le evacuazioni quella di Dunkirk fu però  un evento di scala massima nelle vicende della seconda guerra mondiale tanto da indurre Nolan a dedicargli questo film.

Le truppe degli alleati in attesa di imbarcarsi sulle navi di salvataggio che li avrebbero portati in Inghilterra

La costruzione della storia è ingegnosa e raffinata. La sceneggiatura non segue un percorso temporale lineare ma è congegnata in modo che momenti diversi si succedono in una logica narrativa che procede contemporaneamente in avanti ed a ritroso per convergere in un unico momento topico che si svelerà nel finale. Il tema della circolarità del tempo affrontato da Nolan in “Interstellar” diviene qui la struttura stessa del film con un effetto veramente originale. La percezione dell’immane tragedia della guerra è raccontata tramite le microstorie di tanti piccoli protagonisti che vivono in terra in mare e in cielo gli orrori di quei giorni. Una scelta sineddotica che utilizza il particolare per suggerire il quadro del tutto. Un obbiettivo che il regista persegue senza però realizzarlo appieno. Adottando sempre e solo il punto di vista del singolo il film non riesce a restituire l’immane scala degli eventi. Mancano insomma le scene con squadroni di aerei, migliaia di uomini e centinaia di navi. Forse è una scelta registica ma vi è il sospetto che la Syncopy sia stata sparagnina nel dotare la produzione di mezzi per farci vedere decine di relitti incagliati ed interi stormi si Stukas in picchiata. Raffrontandolo a “Pearl Harbour“, epurando per carità la stucchevole storia d’amore, mancano le scene grandiose dei bombardamenti, la soggettiva delle bombe che cadono, il porto in fiamme, il caos dei feriti e delle esplosioni. In “Dunkirk” anche i bombardamenti sono in tono minore, si vedono gli sbuffi d’acqua e le esplosioni, ma gli aerei sono massimo un paio ed in molte sequenze ci tocca immaginarceli senza vederli. Anche la precisione della ricostruzione storica ne soffre e questo è comprensibilmente scusabile se ci riferiamo ai mezzi navali militari, ma lo schema di colori dei Messeschmitt BF 109 con il muso giallo come erano invece in uso sul fronte orientale pare inammissibile.

Christopher Nolan e Fionn Whithead

Ineccepibile invece la recitazione tra cui spicca il giovane Fionn Whitehead nelle parti di Tommy (non a caso un eponimo del soldato inglese) attraverso le cui vicissitudini lo spettatore assiste alle tante microstorie che compongono il film. Abituée dei film di Nolan dai tempi di Batman c’è Cilian Murphy un caratterista capace di dare spessore ad ogni ruolo.  Kenneth Branagh ha la giusta età per impersonare un contrammiraglio, mentre al posto di Tom Hardy nella parte di un pilota di Spitfire poteva benissimo esserci vostro cognato perché tanto è stato con la maschera per l’ossigeno, cuffia ed occhiali di volo per tutto il tempo. Assodato il sodalizio con Hans Zimmer per le musiche è da notare in questo film l’uso della colona sonora come se fosse un vero e proprio effetto acustico, con temi incalzanti  che suggeriscono un pericolo costante ed incipiente e suoni che sembrano macchinari a ricordare come ormai la guerra è un affare di macchine riguardo la quale chissà se l’ammiraglio Nelson confermerebbe la sua affermazione “Gli uomini combattono, non le navi“. L’aspetto acusmatico raggiunto è sorprendentemente coinvolgente anche se la costante reiterazione nell’intera durata del film ne lenisce un po’ l’effetto a lungo andare.

Cillian Murphy

Nel complesso è un buon film ma siamo lontani dall’opera definitiva su Dunkirk. Tutte le vicende narrate rimangono come tante perle a cui Tommy non riesce di essere il filo che le lega a formare un’unica collana. La trama non solo non rende la grandezza degli accadimenti nella scala che meritano ma è afflitta anche da alcune gigionerie come ad esempio quella di Branagh che in una narrazione che è tutto al di fuori che epica, guarda nel binocolo e, vedendo i natanti che dall’Inghilterra giungono ad imbarcare i soldati,  pronuncia le parole  “Vedo la patria”; oppure la tanto fine quanto surreale disquisizione filosofica sulla sopravvivenza tra i soldati su un relitto che affonda. Vi sono poi palesi violazioni del principio “show don’t tell” in cui un paio di personaggi per farsi conoscere devono raccontarsi poiché dalle immagini il regista non ci fa trapelare molto di loro. Anche della vicenda storica in sé non si apprende poi molto e c’è rischio che per chi non vada già “studiato” al cinema gli apparirà come un film  intimista sulla guerra e gli effetti devastanti che essa ha sulle persone. Peccato che su questo tema Terrence Malik abbia già fatto quasi vent’anni fa il magnifico “La sottile linea rossa“.

 

 

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