Frederick Wiseman è un documentarista della vecchia guardia tra i più innovativi e raffinati. Il suo ultimo film dopo  il passaggio alla 74^ Mostra d’arte cinematografica di Venezia, dove tre anni fa gli fu assegnato il leone d’oro alla carriera, sarà distribuito in Italia da I Wonder, a cui va il merito di avere il coraggio di cimentarsi nella distribuzione di un documentario impotente dalla durata di ben 196 minuti, un taglio che non è molto gradito agli esercenti delle sale.

Wiseman è nato a Boston da una famiglia ebrea e per un popolo come quello ebraico la memoria è il collante che unisce un’identità plurimillenaria sempre in bilico tra l’oblio e il ricordo. Forse è per questo che all’alba della sua ormai terza gioventù l’ultima opera è incentrata sulla biblioteca municipale di New York, un’istituzione ramificata nella megalopoli che archivia, custodisce e diffonde la cultura attraverso i secoli. Non si tratta solo di libri, ma di foto, di suoni e immagini fissate nei più disparati supporti. Ben lungi dall’essere un mausoleo, la biblioteca viene rappresentata come un generatore di cultura ed un luogo d’incontro dove razze e generazioni diverse trovano un area di condivisione all’insegna dal sapere.

Le immagini suggeriscono una certa sacralità dell’istituzione che è ripresa come un tempio, con la sua architettura neoclassica e gli ambienti giganteschi della sede centrale, ma l’autore chiarisce subito di come si tratti di una liturgia laica che non lascia spazio a credulità e dogmi ed apre a tal scopo il documentario con un convegno di Richard Dawkins, l’ateo scienziato evoluzionista autore di libri come “Il gene egoista” e “Alla conquista del monte improbabile“, dove dimostra come il tempo ed il caso sono cause sufficienti per la creazione delle infinite  mirabolanti meraviglie della natura. Il tema del cambiamento come fonte creativa e  della cultura intesa come flusso intellettuale e non come raccolta fattuale è quindi uno dei due cardini che emergono dal documentario. Segue poi l’aspetto della condivisione dell’informazione e delle idee. Wiseman registra con il suo occhio le riunioni che si tengono ai vari livelli dell’istituzione e che sono volte a facilitare la diffusione della conoscenza. La biblioteca è un crogiolo dove la conoscenza diventa liquida così che possa circolare e quindi, per nulla gelosa del proprio tesoro, promuove iniziative tramite cui si prestano gratuitamente degli hot spot affinché i meno abbienti possano accedere ad internet; incoraggia giovani scenografi e cineasti a consultare, prendere e copiare liberamente per i propri fini i milioni di fotografie degli archivi di cui anche Andy Warhol approfittò; crea spazi nelle succursali di quartiere dove i giovanissimi possano studiare e fare il dopo scuola. Se ne ricava della biblioteca l’immagine vivida di un’istituzione che, seppur ciclopica, mantiene una dimensione strettamente umana e per nulla afflitta dalle nuove tecnologie, anzi, capace di volgerle al proprio scopo.

Il montaggio e le parole delle persone riprese nella loro normale attività sono gli unici strumenti che Wiseman impiega nel confezionare questo film che astrae dalla particolare Biblioteca di New York per indicare una funzione universale della cultura, come un ponte che facilita a chiunque l’accesso alle ricchezze della conoscenza passata al fine di poter essere materia prima e spunto per il sapere futuro, il tutto senza settarismi ed esoterismi, ma in modo inclusivo e popolare. Sequenza dopo sequenza assistiamo a volontari che insegnano a persone anziane e di culture distanti (in particolare degli anziani di Chian Town) ad utilizzare il computer, altri invece che insegnano ai non vedenti a leggere in braille ed impiegati pazienti che consigliano, guidano, facilitano la fruizione dei servizi offerti  dalla struttura. L’accessibilità alla cultura è quindi il secondo cardine con qui Wiseman dischiude la propria visione sulla New York Public Library, allegoria di una società evoluta e aperta dove la diversità è ricchezza.

 

 

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