“Ho sposato mia madre” – Un atto d’amore che diventa cinema
Nel panorama del cinema italiano indipendente, Ho sposato mia madre di Domenico Costanzo si impone come un’opera sincera, coraggiosa e profondamente personale. Il regista toscano, già collaboratore di Leonardo Pieraccioni, firma un film che nasce da un’esperienza autobiografica e si trasforma in un racconto universale sul dolore, la memoria e la potenza dell’amore filiale.
Il titolo, volutamente provocatorio, cela una verità emotiva: il protagonista Saverio (Nicola Pecci) si prende cura della madre Rosa (Rosanna Susini), affetta da Alzheimer, con una dedizione che travalica i ruoli tradizionali. In un mondo che spesso marginalizza la malattia e chi ne è colpito, Costanzo costruisce un microcosmo domestico dove il tempo si dilata e i ricordi diventano strumenti di resistenza.
La scelta di utilizzare le lettere d’amore del padre come chiave narrativa è brillante: il teatro, inteso come rito collettivo e catartico, diventa il mezzo attraverso cui il figlio cerca di riattivare la memoria della madre. Il film si muove tra realtà e finzione, tra palcoscenico e quotidianità, con una fluidità che sorprende.
Il regista, Domenico Costanzo Costanzo adotta una regia discreta, mai invadente, che lascia spazio agli attori e ai silenzi. La fotografia, curata con sensibilità, valorizza gli interni domestici e i paesaggi fiorentini, conferendo al film una dimensione intima e poetica. La colonna sonora accompagna con delicatezza, senza mai sovrastare l’emozione.
Nicola Pecci offre una prova attoriale intensa, misurata, capace di restituire la complessità di un uomo che si confronta con la fragilità della madre e con la propria solitudine. Rosanna Susini, nel ruolo di Rosa, è straordinaria: la sua interpretazione evita ogni retorica, restituendo con dignità e verità la condizione di chi vive nel labirinto dell’Alzheimer.
Ho sposato mia madre ha conquistato oltre 80 festival internazionali, ricevendo 21 premi. Ma il suo valore va oltre i riconoscimenti: è un film che osa parlare di ciò che spesso si tace, che celebra l’amore come atto rivoluzionario, che invita lo spettatore a guardare la malattia non con pietà, ma con rispetto.
Costanzo non cerca la perfezione formale, ma l’autenticità. E ci riesce. Il suo film è una carezza, una confessione, un abbraccio. Un piccolo grande esempio di cinema che nasce dal vissuto e arriva dritto all’anima.
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