Tra i crimini perpetrati dal regime nazista, vi era l’eliminazione sistematica di persone affette da malattie  genetiche inguaribili e da portatori di handicap mentali, al fine di preservare la cosiddetta razza pura.

Good Films presenta “Nebbia in agosto”, basato sulla storia vera del tredicenne tedesco Ernst Lossa, un ragazzino orfano di madre che viene ricoverato in una clinica psichiatrica per correggere la sua natura ribelle.

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Ben presto Ernst, interpretato da uno strepitoso Ivo Pietzcker, si accorgerà che la clinica non si occupa di curare i malati ma di sopprimere chi non venga ritenuto idoneo alla vita.

Quello che più colpisce di questo film, di cui consigliamo assolutamente la visione, è ancora una volta riscoprire il concetto della banalità del male, definito dalla filosofa Hannah Arendt nell’opera omonima del 1963.

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La Arendt, durante il suo resoconto del processo ad Eichmann svoltosi a Gerusalemme nel 1961, affronta la questione del male: l’assenza di radici, di memoria, del dialogo con se stessi, può trasformare persone comuni in veri e propri agenti del male. Questa banalità può rendere un popolo complice dei più terribili crimini senza sentirsi responsabile, come è accaduto nella Germania nazista.

Il direttore della clinica, ogni sera, elaborerà la lista di chi debba essere eliminato: un medico, colui che per definizione dovrebbe salvare vite umane, diventa il boia di persone innocenti, perlopiù bambini affetti da malattie più o meno invalidanti.

La compilazione della lista non può che ricordarci, all’esatto opposto, il film del 1993 diretto da Steven Spielberg, in cui l’imprenditore Oskar Schindler, salvava dall’olocausto più di mille ebrei.

Nel ruolo del direttore della clinica troviamo un credibile Sebastian Koch, già apprezzato in film come “le vite degli altri”, “il ponte delle spie”, “the danish girl”.

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Ernst tenterà di aiutare in ogni modo i ragazzi più deboli, attraverso la sua profonda umanità e senso di giustizia; un finale che possiamo chiaramente immaginare, riesce ad emozionare senza perdere poeticità.

Sabrina Dolcini

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