C’è qualcosa di ipnotico e al tempo stesso di perturbante nel seguire Marianne Farrère attraverso i saloni dorati della sua esistenza. Liberamente ispirato al vero scandalo che travolse Liliane Bettencourt, erede del gruppo L’Oréal e donna più ricca di Francia, il film di Thierry Klifa porta sullo schermo una vicenda che ha tutti gli ingredienti del grande romanzo giallo borghese: potere, denaro, manipolazione, un personaggio ambiguo che si insinua nelle crepe di una famiglia apparentemente inattaccabile, un maggiordomo che tutto osserva e tutto capisce, e una figlia che si troverà a portare la propria madre in tribunale, non solo per una questione di eredità.
Il rapporto che si instaura fra la protagonista e il fotografo Pierre-Alain Fantin – interpretato meravigliosamente da Laurent Lafitte – si muove a metà fra amicizia e infatuazione. Se ne film questa relazione introduce elementi di leggerezza, quella tra madre e figlia conduce invece verso la tragedia. Per Frédérique non è solo una questione di soldi: la consapevolezza di vedere sua madre in grado di amare la devasta perché a lei quell’amore è sempre stato negato.
In poche righe, il film rivela la sua vera natura: non è solo un thriller morale sul denaro, ma un dramma sull’incapacità di amare e sulla solitudine del potere.
A tenere tutto insieme è una Isabelle Huppert straordinaria, capace come sempre di abitare il paradosso. Huppert costruisce Marianne con una precisione chirurgica: snob, altera, eppure improvvisamente vulnerabile. Di fronte a lei Laurent Lafitte si immerge a pieno nel ruolo del fotografo carismatico e ambiguo, tanto fastidioso quanto divertente, mentre Marina Foïs incarna con tensione e dolore trattenuto la figlia tradita da una madre che non l’ha mai davvero vista.
La struttura narrativa polifonica è uno dei punti di forza del film: ogni personaggio porta la propria voce, il proprio punto di vista parziale e interessato e lo spettatore si ritrova nella posizione del giurato, libero di ricostruire la verità tra le versioni contrastanti. Nessuno è del tutto innocente, nessuno è del tutto colpevole. È una scelta registica intelligente che restituisce alla storia la sua ambiguità reale, senza cercare verdetti facili.
Sul piano visivo, la fotografia ha qualcosa che ricorda i toni levigati e quasi patinati delle grandi produzioni televisive — una luce che tende all’eleganza decorativa piuttosto che al realismo —, come se Klifa volesse sottolineare la natura artificiale e costruita di quel mondo dorato. Eppure, quando la macchina da presa si stringe sui volti, nei primi piani ravvicinati sugli sguardi dei protagonisti, quella patina cade e lo spettatore entra nella storia.
Il film indaga i rapporti tra potere, eredità e relazioni personali all’interno di una grande ricchezza, lasciando aperta la domanda più scomoda: fino a che punto il denaro trasforma i rapporti umani in una partita a scacchi? E fino a che punto siamo disposti, in fondo, ad ammettere che forse lo ha sempre fatto?
Il film uscirà nelle sale dal 16 aprile, distribuito da Europictures.

