MIA 2026: l’Italia si racconta a Cannes tra ambizioni globali e provincialismi che resistono
Cannes, 17 maggio 2026.
All’Italian Pavillion, affacciato sul cuore pulsante del Marché du Film, ANICA e APA hanno presentato la dodicesima edizione del MIA – Mercato Internazionale Audiovisivo, in programma a Roma dal 19 al 23 ottobre. Un appuntamento che, nelle intenzioni dei promotori, segna “una nuova fase di sviluppo” e un “passaggio evolutivo” del mercato, come recita il comunicato ufficiale.
Un linguaggio ambizioso, quasi programmatico, che prova a proiettare il MIA nel novero delle piattaforme europee più strutturate. E in effetti, le novità non mancano: dall’Animation Series Gap Financing Market al nuovo European Investment Hub, fino alla lounge esperienziale CASA MIA, pensata per trasformare il networking in un ecosistema più fluido e meno formale.
Un mercato che cresce, un Paese che fatica a esserci
Il paradosso, però, è evidente.
Mentre il MIA si presenta a Cannes con un progetto editoriale rinnovato e un impianto sempre più internazionale, l’Italia continua a non esserci dove dovrebbe: sullo schermo.
Anche quest’anno, infatti, nessun film italiano è in concorso al Festival, un’assenza che pesa e che rende ancora più evidente la distanza tra la retorica istituzionale e la reale capacità del sistema di generare opere competitive sul piano globale.
Il comunicato sottolinea che il MIA vuole “accompagnare l’intera filiera audiovisiva” e “rispondere in modo concreto alle esigenze del mercato contemporaneo”. Ma la domanda resta: come può un Paese ambire a un ruolo centrale nei mercati internazionali se fatica a portare opere nei principali festival?
L’intervento istituzionale: visioni globali, lingua locale
A rappresentare il Governo italiano era presente la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, che ha definito il MIA “una piattaforma cruciale per la crescita dell’audiovisivo italiano”.
Parole in linea con la narrazione istituzionale, ma pronunciate esclusivamente in italiano, nonostante la platea internazionale e nonostante gli interventi dei colleghi italiani fossero tutti in inglese.
Un dettaglio? No.
Un segnale.
In un contesto come Cannes, dove ogni parola è un gesto politico e ogni intervento è un posizionamento, scegliere di non parlare la lingua franca dell’industria globale significa rinunciare a comunicare con una parte significativa degli interlocutori presenti.
Significa, soprattutto, trasmettere un’immagine di chiusura, o quantomeno di scarsa consapevolezza del contesto.
Un peccato, perché il resto del panel aveva un respiro decisamente internazionale, e il MIA stesso si propone come piattaforma europea capace di attrarre investitori, broadcaster e partner globali.
Le novità del MIA: solide, necessarie, ma basteranno?
Tra le innovazioni più rilevanti:
- Animation Series Gap Financing Market — un format dedicato a serie animate già validate dai broadcaster, pensato per completare la struttura finanziaria dei progetti.
Una scelta strategica: l’animazione è uno dei pochi settori italiani con reale potenziale internazionale. - European Investment Hub — due giorni dedicati a fondi, equity, garanzie, completion bond e strumenti finanziari europei.
Un passo avanti necessario: senza finanza strutturata, nessun mercato può crescere. - CASA MIA — una lounge aperta a tutti gli accreditati, pensata come “salotto dell’audiovisivo”.
Un’idea semplice ma intelligente: il networking non nasce nei panel, nasce negli spazi informali. - Pitching Forum rinnovati — con sezioni dedicate a film, documentari, serie scripted e animazione.
Qui il MIA conferma la sua vocazione: essere un luogo dove i progetti trovano partner reali.

Il nodo irrisolto: la distanza tra industria e istituzioni
Il MIA cresce, si struttura, si internazionalizza.
Ma l’ecosistema italiano continua a soffrire di un problema che nessun mercato può risolvere da solo: la distanza tra la retorica politica e la realtà produttiva.
Nel comunicato, Chiara Sbarigia ricorda che l’audiovisivo vale “oltre 16,3 miliardi di euro” e che un terzo delle imprese “non attinge ad alcun fondo pubblico”.
Un dato importante, che però stride con la difficoltà crescente delle società indipendenti — come molte presenti a Cannes — di competere senza un sistema di sostegno stabile, trasparente e realmente orientato all’internazionalizzazione.
E mentre si parla di “rafforzare la centralità di Roma come hub internazionale”, l’Italia continua a non portare film in concorso nei festival che contano.
Conclusione: un MIA ambizioso, un’Italia che deve decidere cosa vuole essere
Il MIA 2026 si presenta come un mercato più maturo, più europeo, più consapevole delle sfide globali.
Le sue innovazioni sono concrete, necessarie, ben strutturate.
Ma la presentazione di Cannes ha mostrato anche l’altra faccia della medaglia: un sistema che parla di internazionalizzazione senza sempre praticarla, che annuncia visioni globali ma comunica in italiano davanti a una platea internazionale, che ambisce a crescere mentre fatica a portare opere nei festival.
Il MIA può essere un motore.
Ma perché l’Italia torni davvero protagonista, serve un cambio di passo culturale prima ancora che industriale.
La Redazione




