Il 2017 era il futuro immaginato da Ridley Scott nel suo capolavoro del 1982 e puntuale come la morte il 2017 è arrivato. Non abbiamo colonizzato altri pianeti e non ci serviamo di androidi per svolgere i lavori più degradanti o pericolosi che, i primi più dei secondi, continuano ad essere svolti dal genere umano. Eppure il tema della vita e della morte rimane sovrano sin dai tempi di Prometeo.

A dire il vero nel romanzo di Philip K. Dick da cui fu tratto Blade Runner il tema principale non è tanto la vita o la morte, bensì l’ontologica composizione del tessuto di ciò che è reale ed a corollario il senso ultimo dell’uomo. In sintesi a Dick interessa indagare sul concetto di verità, intesa come quella qualità che definisce ciò che è reale e ciò che non lo è. Nelle sue opere, si prenda Ubik ad esempio, non è tanto importante che una cosa esista in sé ma è sufficiente che essa sia percepita per poter definirsi reale. Se un sogno è percepito come reale, ebbene allora esso diviene la realtà per chi lo sogna e se un androide ha la capacità di sognare evidentemente ciò lo rende di fatto umano ed indistinguibile da noi. Non a caso il titolo originale de “Il cacciatore di androidi” (sfortunata traduzione italiana del titolo che descrive solo l’aspetto superficiale e per nulla affascinante del romanzo) è “Do Androids Dream of Electric Sheep?” ( e rendiamo merito alla Fanucci per aver restituito all’opera nella sua edizione del libro il titolo più consono di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?“). L’interrogativo del titolo suggerisce già la risposta che Dick ha in serbo: se un soggetto è capace di percepire e di sognare, ebbene questa qualità lo rende umano, indipendentemente dalla sua genesi.

Il libro edito da Fanucci

In questo senso Dick non è certo un neo realista, anzi è molto vicino al radicalismo di Nietzsche quando dice “non ci sono fatti solo interpretazioni”, o di Kant per cui al centro della creazione vi è l’uomo che fabbrica mondi attraverso i concetti. E questo è forse l’unico aspetto che Ridley Scott mutua dall’opera di Dick ed emerge nel monologo finale dell’androide Roy (Rutger Hauer) che richiama con inquietante esattezza un brano de “Verità  e menzogna in senso extramorale” di Nietzsche.

“In un angolo remoto dell’universo scintillante, diffuso in innumerevoli sistemi solari, c’era una volta un astro sul quale animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della «storia universale»; ma fu solo un minuto. Dopo pochi respiri della natura l’astro si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Qualcuno potrebbe inventare una favola del genere, ma non riuscirebbe mai a illustrare adeguatamente quanto lamentevole, quanto vago e fugace, quanto inane e capriccioso appaia nella natura l’intelletto umano. Ci furono eternità in cui esso non c’era, e quando di nuovo non ci sarà più non sarà successo niente.”

Ruger Hauer nell’ultima scena di Blade Runner (1982)

Perfino l’immagine suggerita dal passo “… e l’astro si irrigidì” ricorda lo spegnersi dell’androide dopo aver pronunciato quelle ultime parole che sono tra le più famose del cinema e non solo : “E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, com lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire.”

Per il resto però la trasposizione cinematografica si concentra esclusivamente su questo tema di vita e morte, facendone un qualcosa che è altro rispetto al pensiero ed all’opera di Dick. Poco male poiché è diritto del cinema trarre spunti e tradirli e sottrarsi così allo sterile confronto tra libro e film. E’ comunque interessante come busillis ed è meritorio il modo con cui viene dipanato da Scott, che nello svolgimento della trama rivolge il suo tributo al “Novello Prometeo” di Mary Shilley , al secolo “Frankenstein“. Ogni creatura, comunque sia venuta al mondo, ha in comune con tutti gli esseri senzienti la paura della morte ed è questa la caratteristica che per Scott definisce il concetto di umanità più della capacità di astrarre e percepire. E’ con questo enunciato che il regista  apre il film, ossia per bocca del replicante Leon che dice a Decker (Harrison Ford) : “Brutto vivere nel terrore vero?Niente è peggio di avere una vita che non è una vita.”

L’attore Brion James bell part del replicante Leon Kowalski

Nel proseguo del film si capirà invece che è proprio la consapevolezza della morte a dare alla vita un valore così prezioso. I replicanti fungono quindi da iperbole dell’esistenza umana. Sono creature progettate per vivere solo quattro anni per cui l’anello di vita e la sensazione del tempo che fugge è estremizzata, ma anche l’uomo non è immortale e a differenza di Roy non ci è dato di parlare con il nostro creatore e tanto meno stritolargli la testa con le nostre mani in caso le risposte non dovessero soddisfarci. Tutti noi quindi, come i replicanti, “corriamo sul filo” tra la vita e la morte.

Era un film quasi perfetto se non fosse per la voce fuori campo che recita un mantra consolatorio a beneficio del lieto fine che è imposto dalle necessità di botteghino, il vero monarca della cinematografia americana, un peccato a cui nel 1992 Ridley Scott farà ammenda cassandolo nella director’s cut facendo così raggiungere alla sua opera  una perfezione postuma.

Il regista Denis Villeneuve sul set di Sicario

Il timore di questi giorni, da che è apparso il teaser con alcune scene del sequel, è che un così azzeccato equilibrio possa spezzarsi con un estensione non necessaria che potrebbe risultare posticcia come un parrucchino. A calmare parzialmente i timori è la regia di Denis Villeneuve che ha già dimostrato di essere, oltre che bravo, assolutamente non banale (si veda ad esempio “The Arrival” 2016). Pure il cast è solido e confortante e vede in prima linea grandi professionisti come Ryan Gosling, Robin Wright, Jared Leto e lo stesso Harrison Ford. Eppure  un dubbio aleggia nelle menti di conoscono ed amano Blade Runner ed è: cosa altro si può aggiungere?  Non è certo la curiosità di come va a finire la storia d’amore tra Decker e la bella androide senza scadenza Rachael, oppure cosa comporta la evoluzione estrema dei modelli Nexus, termine che non a caso significa connessione, legame. Ma soprattutto è preoccupante la presenza di un supercattivo che verrà interpretato da Jared Leto . La sublime originalità di Blade Runner era scoprire poi che non c’è nessun cattivo. Non era cattivo Tyrrell, il creatore che amava i suoi replicanti, non era cattivo Decker che era anzi pieno di empatia, non era cattivo Roy che  negli ultimi istanti ha amato la vita in assoluto,  non era cattivo nemmeno il poliziotto Gaff (quello degli origami) che risparmiò Rachael. I supercattivi nel cinema servono ad assolvere l’umanità dai suoi peccati, convogliando su di un’unica pecora nera la responsabilità delle peggiori azioni. C’era bisogno  di ridurre il capolavoro di Scott ad un cliché ? Ma soprattutto, questa pecora nera, sarà almeno elettrica?

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