Lo sguardo femminile che sfida il sistema

In un Paese dove circa ogni 3 giorni una donna viene uccisa, anche il cinema diventa specchio e resistenza contro il patriarcato.

Nel 2025, l’Italia continua a essere teatro di una tragedia (si spera sempre meno) silenziosa e sistemica: oltre 70 femminicidi nei primi dieci mesi dell’anno. Secondo l’Osservatorio nazionale di Non Una di Meno, sono 78 le donne uccise per motivi legati alla violenza di genere (aggiornato all’8 novembre 2025 e potete approfondire qui), spesso da partner o ex partner incapaci di accettare l’autonomia femminile. È un dato che non può più essere letto come emergenza, ma come sintomo di un sistema patriarcale ancora profondamente radicato che si manifesta non solo nella violenza fisica, ma anche nella cultura, nella politica e nei linguaggi.

Nel bel mezzo del dibattito a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi sull’educazione affettiva nelle scuole, noi che in questo magazine parliamo prevalentemente di film e di tutto ciò che avviene nel mondo del cinema, vogliamo quindi concentrarci su quelle pellicole che offrono numerosi spunti di riflessione sui tanti temi che si muovono quando parliamo di società patriarcale. Opere che parlano di violenza (sia fisica che psicologica), di sessualità e padronanza del proprio corpo e di classismo. Perché anche la settima arte può essere un potente strumento di rottura con il sistema in cui viviamo.

Gli orizzonti esplorati dalle registe contemporanee

Negli ultimi anni abbiamo osservato e valorizzato alcune nuove registe che stanno riscrivendo i codici della narrazione cinematografica offrendo nuovi sguardi su desiderio, identità, autodeterminazione e resistenza. Ne citiamo quattro che con le loro recenti opere si inseriscono in questo discorso con forza e delicatezza.

“Io ti conosco” di Laura Angiulli (disponibile in streaming su Prime Video) è un’opera teatrale trasposta in pellicola che scava nella memoria e nell’identità femminile. Ambientato in un interno claustrofobico, il film mette in scena un confronto generazionale tra donne, dove il patriarcato è una presenza invisibile ma pervasiva. La protagonista, nel tentativo di ricostruire la propria storia, si scontra con silenzi, omissioni e ruoli imposti. È un film che parla di memoria come atto politico e di come la conoscenza di sé sia il primo passo verso la liberazione.

“Una storia d’amore e di desiderio” di Leyla Bouzid (presente su Prime Video e MUBI) ci porta invece nella Parigi multiculturale, dove un giovane franco-algerino scopre il proprio desiderio attraverso l’incontro con una ragazza tunisina, molto più emancipata di lui in termini di accettazione della propria sessualità. Il film, premiato al MedFilm Festival a Roma, sovverte gli stereotipi di genere e culturali, mostrando come anche gli uomini siano prigionieri di un’educazione patriarcale che reprime l’emotività e il corpo. Bouzid racconta il desiderio femminile con grazia e potenza, restituendogli dignità e complessità.

“Wild Nights With Emily” di Madeleine Olnek (disponibile tramite acquisto o noleggio su Prime Video) è una commedia brillante e dissacrante che riscrive la figura di Emily Dickinson, troppo spesso ridotta a poetessa solitaria e sofferente. Olnek la restituisce come donna appassionata, ironica e innamorata della sua cognata Susan. Il film è un atto di resistenza queer contro la cancellazione storica delle donne e delle relazioni lesbiche, e una critica feroce alla narrazione maschile della storia.

Infine, “Sofia” di Meryem Benm’Barek (in esclusiva su Rai Play) ci porta in Marocco, dove una giovane donna affronta le conseguenze legali e sociali di una gravidanza concepita fuori dal matrimonio. Il film, premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura, denuncia con lucidità la violenza istituzionale e familiare che si abbatte sul corpo femminile, mostrando come il patriarcato si annidi nelle leggi, nei codici d’onore e nelle aspettative sociali. È un racconto asciutto e potente, che mette a nudo l’ipocrisia di una società che punisce i reietti: in questo caso le donne e i poveri.

Questi film non offrono soluzioni semplici, ma aprono spazi di riflessione e immaginazione. In un’Italia dove il dibattito sull’educazione sessuale è ancora ostaggio di polemiche ideologiche e dove la violenza di genere è spesso banalizzata o strumentalizzata, il cinema può essere un atto di resistenza. Un modo per conoscere, desiderare, ricordare e raccontare fuori dai confini imposti.

Ogni storia raccontata è una possibilità in più di rompere il silenzio. E ogni silenzio rotto è un passo verso la libertà.

Francesca De Santis

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