Il 27 maggio 2026 potrebbe essere ricordato come una data di frattura. Il Tribeca Film Festival ha selezionato Dreams of Violets di Ash e Pooya Koosha per la prima mondiale del 10 giugno: il primo lungometraggio live‑action interamente generato dall’intelligenza artificiale a entrare nel programma ufficiale di un grande festival internazionale. Non un gadget tecnologico, non un esercizio di stile: un film che nasce da un’urgenza politica.
La decisione di Tribeca arriva mentre Cannes pone un veto ai film IA in concorso. Due festival, due idee di futuro.
Per Jane Rosenthal, co‑fondatrice del Tribeca, Dreams of Violets è “un potente esempio di come le tecnologie emergenti possano diventare veicoli per una narrazione profondamente umana”.
Non è la tecnologia a interessare il festival, ma la storia che la tecnologia permette di raccontare.
Il dibattito sull’IA nel cinema è spesso sterile: paura di sostituzione, nostalgia del set, feticismo del “vero”. Qui la questione cambia: può l’IA diventare uno strumento di testimonianza quando la realtà è inaccessibile?
C’è un entusiasmo quasi automatico attorno a Dreams of Violets. Ma la passione, nel cinema, è spesso una cattiva consigliera. Perché se è vero che l’opera di Ash e Pooya Koosha apre un varco, è altrettanto vero che quel varco è fragile, ambiguo, e rischia di essere frainteso.
In Dreams of Violets, l’IA non sostituisce attori o troupe: sostituisce l’impossibilità politica. È un cinema che nasce dalla censura, non dal risparmio. Un cinema che usa la tecnologia non per imitare Hollywood, ma per aggirare un muro.
Koosha lo dice chiaramente:
“È un film‑memoriale per un evento accaduto dietro un muro che non posso attraversare.”
Dreams of Violets non è un film sull’IA. È un film sulla memoria, sulla distanza, sulla violenza che non si può filmare.
È la prova che il cinema, quando trova un autore vero, può nascere anche da un algoritmo. E che la tecnologia, nelle mani giuste, non sostituisce l’umano: lo accresce.
Il valore dell’opera sta nell’urgenza politica, non nella maturità formale. E questo va detto con chiarezza: Dreams of Violets è importante non perché è un grande film, ma perché è un film che apre una domanda.
La domanda è questa: può esistere un cinema dell’IA che non sia imitazione, non sia scorciatoia, non sia surrogato? Un cinema che non si limiti a ricostruire ciò che non si può filmare, ma che inventi un nuovo modo di guardare?
Oggi la risposta non c’è. E Dreams of Violets, con tutti i suoi limiti, ha almeno il merito di costringerci a cercarla.

Giovanni De Santis















