Ancora più sexy – La commedia che certifica la resa della sala

Produzione: ​​​​​​​Amazon MGM Studios, Fabula Pictures 

Con: Diana Del Bufalo – Maddalena, Valentina Nappi – Valentina Nappi, Mario Ermito – Bruno, Michele Rosiello – Vanni, Filippo Bisciglia, Angela Finocchiaro – Grazia, Anna Galiena, Fabrizio Colica, Paolo Calabresi, Andrea Dianetti, Ludovica Di Donato, Niccolò Senni, Nini Salerno

Ancora più sexy di Michela Andreozzi non è soltanto una commedia pop, né un film che gioca con i corpi, le insicurezze e la comicità femminile. È soprattutto un segnale politico dell’industria italiana, un certificato di morte, o almeno di resa, della distribuzione tradizionale. Un film che non passa dalla sala non per scelta artistica, ma perché la sala non è più un luogo economicamente sostenibile per una fetta enorme della produzione nazionale.

Ancora più sexy, recensione: puro intrattenimento per amanti delle ...

Un cast che funziona, ma non è questo il punto

Diana Del Bufalo è brillante, Angela Finocchiaro è una garanzia, e la presenza di Valentina Nappi,  attrice che arriva dal porno e che Andreozzi tratta con normalità, senza morbosità è un gesto di apertura che meriterebbe un dibattito culturale. Ma il vero tema non è il cast: è il contesto in cui il film viene rilasciato.

Dal direct‑to‑video al direct‑to‑platform: la storia si ripete, ma con meno libertà.

Negli anni ’90 il direct‑to‑video era un marchio di serie B, certo, ma almeno esisteva un mercato: migliaia di videoteche, migliaia di esercenti, migliaia di interlocutori. Era un sistema imperfetto, ma pluralista.

Oggi lo streaming è la videoteca del futuro, con una differenza enorme: non parli più con migliaia di esercenti, ma con “quattro piattaforme”. E ognuna decide in modo personale, in modo opaco e non democratico su come sfruttare i prodotti.

La visibilità non è un diritto: è una concessione. Se finisci sulla home page, esisti. Se l’algoritmo non ti spinge, scompari.

Non c’è più un mercato: c’è un condominio privato.

Lo share come unico metro: un’economia che non è cinema

Il ritorno economico? Uno solo: lo share, o meglio, la metrica proprietaria della piattaforma, visualizzazioni, retention, completamento. Non c’è più un pubblico che paga un biglietto: c’è un pubblico che scorre, clicca, abbandona.

È un modello che non premia il cinema, ma la velocità di consumo. E Ancora più sexy è costruito esattamente per questo: ritmo rapido, conflitti immediati, personaggi riconoscibili, zero complessità. Non perché Andreozzi non sappia fare altro, ma perché il mercato non permette altro.

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La sala come fantasma: un’assenza che pesa più di una presenza

Il problema non è che il film non esca in sala. Il problema è che non potrebbe uscire in sala. Non reggerebbe i costi, non reggerebbe la competizione, non reggerebbe un weekend d’esordio. E questo dice molto più del film stesso: dice che la sala è diventata un luogo per pochissimi titoli, quasi sempre americani, quasi sempre franchise.

Il cinema italiano medio è stato espulso dal suo habitat naturale. E ora sopravvive solo se diventa contenuto.

Conclusione: un film che denuncia senza volerlo.

Ancora più sexy non è un film contro la sala, ma è un film che esiste perché la sala non esiste più per prodotti di questo tipo. È la prova vivente che il mercato italiano ha rinunciato a un’intera fascia di cinema popolare, consegnandola alle piattaforme come materiale da consumo rapido.

Non è una colpa del film. È una colpa del sistema.

Il film AI come arma perfetta per questo sistema.

E sì: sarà la prossima puntata

Perché dopo la commedia pop che salta la sala, dopo il film politico generato dall’IA, il passo successivo è inevitabile: un film AI pensato, prodotto e distribuito per essere un evento di piattaforma.

Un evento che non nasce dal cinema, ma dal mercato. Un evento che non racconta il mondo, ma racconta il potere delle piattaforme sul mondo.

E noi, da osservatori, critici, operatori culturali, non possiamo far altro che prepararci alla prossima scena.

Giovanni De Santis

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