La Mostra del cinema di Venezia 80 si è conclusa con un verdetto pienamente condivisibile.
Il Leone d’Oro a Poor Things di Yorgos Lanthimos e il premio alla miglior sceneggiatura a El Conde di Pablo Larrain sono premi a film che raccontano da una parte una favola femminista di ricostruzione di una realtà e dall’altra la metafora vampiresca e grottesca di un dittatore, Pinochet.

Il presente narrato/non narrato. Tra le tematiche attuali, il tema della migrazione è stato quello che ha visto la seconda premiazione importante: i film di Matteo Garrone e Agnieszka Holland e qui i due hanno osato, alla grande, mettere in scena e denunciare il problema, anche se da angolature diverse.
Registe e registi hanno avuto forse il timore ad affrontare direttamente l’incertezza del nostro tempo e hanno preferito usare favole, metafore e forme grottesche.
Lo stesso Polanski ha presentato un film demenziale, che sembra preferire il trash, forse per l’incapacità di fotografare l’oggi.
Biopic interessanti di Ferrari e di Berstein e la storia di Lubo; un po’ meno quello di Priscilla, con una coppa Volpi alla protagonista Cailee Spaeny non totalmente condivisibile.
Un altro filone, forse immeritatamente non premiato, ha presentato storie di grande rilievo: narrazioni di rapporti personali come la Bête (anche questo calato in una realtà distopica) di Bertrand Bonello,

racconti di relazioni molto profonde che scavano il dentro come il film di Guillame Canet o storie di abusi familiari come Memory di Michel Franco, il cui protagonista maschile Peter Sarsgaard ha giustamente vinto la coppa Volpi.
Se si nota poi quanti film non hanno sceneggiature originali, si ha la riconferma di come sia difficile raccontare l’oggi.
Credo di poter affermare che il cinema italiano sia stato eccessivamente presente alla Mostra con ben sei film in Concorso e, ad eccezione del film di Garrone e quello di Diritti, che dimostri ancora una volta un’incapacità a raccontare storie di attualità, al di là di quelle di emarginazione o di borghesia corrotta e senza valori .
La vera sorpresa è invece venuta dalla sezione Orizzonti, dove l’attualità l’ha fatta da padrona.
Per fare solo due esempi: il film dell’ungherese Gàbor Reisz Explanation for Everything (titolo internazionale) che ha meritatamente vinto il premio come miglior film, con una analisi accurata della situazione politica del suo paese e Tatami, splendido specchio di un Iran fondamentalista.
Sperando che molti film di questa sezione escano, saremo pronti a segnalarvi i più interessanti.
Una Mostra molto potente, in ogni caso con un notevole aumento di pubblico. Il cinema ancora una volta specchio del nostro tempo, anche quando è difficile trovare i contenuti da narrare.
Per finire complimenti a Chazelle e alla giuria che ha saputo cogliere nei film il nostro tragico tempo.

Serena Pasinetti





















