Chi comanda nei cinema di Milano

“Rendite e poteri dietro un’industria che si dice “culturale”

Milano ama raccontarsi come capitale della cultura, città delle rassegne, dei festival, dei palazzi del cinema. Ma dietro le luci delle insegne e le foto patinate delle prime, c’è un sistema che somiglia più a una mappa del potere che a un ecosistema culturale. Un settore che, nonostante la crisi delle sale, continua a generare utili milionari, a muovere famiglie storiche, fondi immobiliari, imprenditori che hanno capito che la “settima arte” è soprattutto un asset.

Questo Dossier prova a fare ciò che raramente si fa: guardare chi comanda davvero nei cinema di Milano. Chi decide cosa vediamo, dove lo vediamo, e soprattutto chi incassa.

Il Colosseo, con la sua facciata rassicurante, è la punta dell’iceberg di un circuito che si chiama, non a caso, Il Regno del Cinema. La famiglia Quilleri governa un piccolo impero di sale che presidia quartieri popolari e borghesi, con una strategia semplice: film che portano pubblico, prezzi accessibili, gestione familiare.

È un modello che funziona perché Milano è una città dove la cultura è spesso un affare privato: chi ha le chiavi della sala, ha le chiavi del quartiere. E il “Regno” dei Quilleri è un regno vero: verticale, centralizzato, resistente alle crisi. Un potere che non si vede, ma che decide cosa passa sugli schermi di migliaia di spettatori.

Il Palazzo del Cinema Anteo è l’altra faccia della città: elegante, curato, pieno di eventi, rassegne, incontri. Fondato da Cerri, Ballabio e Paci, con Claudio Bisio tra i soci, è diventato un marchio che Milano ama citare quando vuole sentirsi colta.

Ma dietro la narrazione “culturale” c’è un modello iperefficiente che diversifica tutto: sale, libreria, ristorante, formazione, streaming locale. Un ecosistema che genera utili importanti, anche quando il resto del settore soffre.

Anteo è la prova che la cultura, quando è gestita bene, è un business. E che la “democrazia culturale” funziona finché produce margini.

Odeon: quando il cinema diventa solo un mattone

Risultato immagine per il regno del cinema milano

L’Odeon, oggi chiuso, è il simbolo della Milano che non guarda più gli schermi, ma le rendite. L’edificio appartiene a un fondo immobiliare: il cinema non è più un luogo di comunità, ma un asset da valorizzare, riconvertire, monetizzare.

È la logica del real estate che divora la memoria culturale. Il cinema come spazio pubblico diventa un contenitore da trasformare in retail, hospitality, experience. La città perde una sala storica, ma guadagna metri quadri da mettere a reddito.

Milano funziona così: ciò che non produce abbastanza, si chiude. Ciò che può produrre di più, si trasforma.

Il settore racconta la sua crisi: pubblico che cala, streaming che avanza, costi che aumentano. Eppure, chi controlla le sale giuste, nei quartieri giusti, con la programmazione giusta, può ancora generare fino a 2 milioni di utili annui.

La crisi è reale, ma è anche un racconto. Perché il cinema, a Milano, è un settore dove chi ha potere continua a tenerlo. E chi non ce l’ha, chiude.

Guardando l’ingresso del Colosseo, con la sua insegna luminosa e la folla che entra, si capisce una cosa: il cinema è ancora un rito, ma è anche un territorio di potere. Famiglie, fondi, imprenditori: sono loro a decidere cosa vediamo, cosa scompare, cosa sopravvive.

Milano ama dire che il cinema è cultura. Ma la cultura, qui, è un affare. Un affare che resiste, che si trasforma, che produce utili.

E poi la chiamano settima arte.

Giovanni De Santis

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