L’ultima fatica del norvegese Morten Tyldum (classe 1967) è un film di fantascienza che trae spunto dai viaggi interstellari per narrare in realtà della solitudine e lo spirito d’adattamento. Dopo l’eccellente prova di “The Imitation Game“, la storia del matematico Alan Turing interpretato da Benedict Cumberbatch, c’era molta curiosità di vedere cosa avrebbe realizzato con i larghi mezzi della Village Roadshow .

Photo by Rob Latour Morten Tyldum, Jennifer Lawrence and Chris Pratt Sony Pictures presentation at CinemaCon, Las Vegas, America - 12 Apr 2016

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Morten Tyldum, Jennifer Lawrence and Chris Pratt

La Avalon è una nave interstellare che trasporta 5.000 coloni verso un pianeta distante 120 anni dalla terra. Jim Preston, un meccanico interpretato da Chris Pratt, il quale nonostante le precedenti esperienze stellari con “I guardiani della Galassia” non è abbastanza famosetto da guadagnarsi la prima posizione dei crediti rispetto alla lanciatrice di frecce Jennifer Lawerence, viene risvegliato per un errore dal suo sonno criogenico e si trova unico essere vivente ad aggirarsi nell’astronave quando ancora mancano 90 anni alla destinazione.

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Ovviamente le prova tutte per ibernarsi nuovamente o per trovare una qualsiasi soluzione, ma ogni messaggio verso la terra impiega 16 anni ad arrivare e gli automatismi della nave gli impediscono di accedere alle aree dell’equipaggio (anch’esso ibernato in ogni caso) per ricevere aiuto o per interagire con i comandi della nave. L’unica interazione possibile è con Arthur, l’androide barman interpretato da un sempre bravo Michael Sheen, che con la sua intelligenza artificiale dispensa un’empatia che non può sostituire il calore umano.

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La prospettiva di vivere da solo per tutto il resto della vita su una nave deserta, seppur con tutti i comfort, porterà Jim a compiere delle scelte che l’antesignano computer di bordo Hal 9000 di “2001 odissea nello spazio” avrebbe definito discutibili. Ed il riferimento al film del grande Kubrick non è l’unico, poiché vi si ritrovano brani di “Castaway” , dove Arthur gioca la parte che fu di Wilson per Tom Hanks, di “Titanic“, con tanto di citazione esatta nella battuta “Ti fidi di me?”, ma anche “Robinson Crusoe“, perfino un pizzico di “K-19” e “Silent Running“, tradotto ingloriosamente in italiano con “2002 la seconda odissea” , che narra di un arca spaziale che custodisce le ultime forme di vita vegetali della terra; nelle scene in cui Preston si prodiga ad aggiustare i robot difettosi, come non pensare infatti a Bruce Dern perennemente impegnato a riparare la sempre più fatiscente astronave in cui si è volontariamente esiliato!?

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C’è quindi un po’ di tutto, ma forse per questo alla fine si amalgama non perfettamente, con il risultato che il film non sa decidersi tra il tono sentimentale, d’azione, catastrofico o puramente esistenzialista. Rincorrendo tutti i temi, li sfiora ma non ne tocca mai nessuno e lascia così il palato asciutto agli amanti di ciascun genere. Scenografie impeccabili e abbastanza plausibili, effetti visivi pure (la scena già bruciata nel trailer della Lawrence alle prese con una piscina senza gravità è veramente spettacolare), ma manca l’originalità, già ipotecata all’inizio quando alla prima scena ci viene tolto il gusto di scoprire man mano perché mai Preston viene risvegliato e totalmente mancante poi alla fine dove la trama prosegue noiosa verso un prevedibilissimo finale. Unico sopravvissuto dell’opera filmica è il messaggio con cui Jon Spahits, a cui si deve la sceneggiatura anche di “Prometheus” (ah saperlo prima, sarebbe già stata una sufficiente indicazione), ci dice in maniera grossolana che ogni posto è quello giusto e l’importante è vivere il momento al meglio che si può e con chi si è. Un’idea un po’ beat che piacerebbe a Crosby, Stills e Nash autori della famosa canzone “Love the One You’re” (che però, tranquilli, non è nella colonna sonora).

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