Connecticut, dove ogni casa ha un campo da tennis e i purosangue sono i migliori amici delle bambine.
Amanda e Lily sono state amiche d’infanzia, ma non adesso; no, non più da quando la prima ha “ridotto in quel modo” il povero Honeymooner.
Ultima estate prima del college: la madre di Amanda riesce a convincere Lily a farle da tutor, nonostante i disturbi del comportamento della figlia. Nei caldi pomeriggi del New England, le ragazze passano il tempo a studiare e a guardare vecchi film. Ma c’è qualcosa che rende Lily insofferente, che non le permette di godersi villa e piscina. Il nuovo marito della madre, infatti, non perde occasione per renderle la vita un inferno. E se esistesse una soluzione rapida al suo problema? Un omicidio forse…

Olivia Cooke ed Anya Taylor Joy con Cory FInley sul set del film

Un demone si è impossessato dell’upper-classamericana. È sempre stato là, dormiente, a riposare sotto la superficie di un mondo patinato, dietro l’ipocrisia sfacciata dell’1% ricco del paese. Un demone con più nomi – violenza, follia (“What Richard did” di Lenny Abrahamson; 2012) -, muto, in attesa. In attesa che gli Stati Uniti tornassero “di nuovo grandi”, che il cinema a stelle e strisce trovasse il coraggio, o forse il pretesto, per rappresentare la ferocia insita nell’animo di quell’elettorato borghese che ha trascinato Trump alla Casa Bianca. Prima il razzismo eugenetico di “Scappa Get out” di Jordan Peele (2017), poi il senso di colpa sanguinario de “L’uccisione del cervo sacro” di Yorgos Lanthimos (2018), ora “Amiche di sangue”, sorprendente opera prima di Cory Finley.

Circoscrivendo il racconto ad un singolo ambiente (l’enorme villa), il regista statunitense assembla, sequenza dopo sequenza, un thriller psicologico inquietante – come la bellezza delle due giovani protagoniste (Anya Taylor-Joy e Olivia Cooke) – che (di)mostra come l’ordine apparente dell’universo WASP –  “American Psycho” di Mary Harron (2000) – nasconda in realtà una violenza cieca, una rabbia barbara repressa che se scatenata cresce incontrollata, fino ad esplodere in gesti di efferata brutalità.
Per mettere in scena questa mania, l’azione deve essere rallentata – si veda l’incipit -, la narrazione decelerare; più il ritmo si distende, però, più la tensione si rafforza. Esemplare, in tal senso, la scena dell’assassinio: un piano-sequenza di due minuti dove la morte del patrigno è confinata nel fuori campo.

Anya Taylor-Joy

Per celare la propria crudeltà, la famiglia borghese di “Amiche di sangue” – i “thoroughbred” del titolo originale – indossa la maschera del perbenismo; una maschera “purificante” – la sequenza nella Spa – con cui eliminare le impurità dell’organismo (sociale) – come Tim, lo spacciatore (ultima interpretazione del compianto Anton Yelchin). In questo mondo, frustrazione e rabbia sono gli unici sentimenti possibili. Per gli altri non c’è più posto, se non nei ricordi o nei sogni, come quelli di Amanda, dove mandrie di cavalli selvaggi galoppano sui resti di una civiltà in rovina… la nostra.

Alessio Romagnoli

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