Nel 2025 il cinema non è più quello di prima. Non solo per le piattaforme, le sale, i festival, ma per ciò che accade dietro le quinte: l’intelligenza artificiale ha riscritto le regole del gioco. Non è più un supporto tecnico. È presenza. È proposta. È decisione.
Oggi un film può essere concepito, scritto, montato e persino interpretato da algoritmi. Software come Scriptbook analizzano la struttura narrativa, ElevenLabs genera voci credibili, Runway crea effetti visivi in tempo reale, mentre Midjourney e Kaiber disegnano mondi immaginari con una precisione che sfida la fantasia umana. Il regista diventa curatore, il montatore un supervisore, lo sceneggiatore un suggeritore. Ma è ancora cinema?
Robert Zemeckis ha già mostrato cosa significa lavorare con deepfake e attori digitali: Tom Hanks e Robin Wright in Here si muovono tra le età come se il tempo fosse un filtro di Instagram. Elon Musk, con la sua xAI, promette film interamente generati da modelli di simulazione del mondo reale. E mentre le grandi produzioni si attrezzano, il cinema indipendente trova nell’IA una risorsa per sopravvivere, sperimentare, provocare.

Ma non è tutto oro. L’AI solleva domande etiche e legali: chi è l’autore? Chi detiene i diritti? Cosa succede se un volto viene usato senza consenso? La nuova legge italiana n.132/2025 ha introdotto il reato di diffusione illecita di contenuti generati con IA, segno che il confine tra innovazione e abuso è sottile.
Il cinema, da sempre specchio e motore della società, oggi si trova davanti a un bivio: diventare laboratorio di co-creazione uomo-macchina o cedere alla tentazione dell’automazione totale. La sfida non è solo tecnologica, ma culturale. L’IA può amplificare la visione artistica, ma non sostituirla. Può generare emozioni, ma non viverle.
Il futuro? È già qui. Ma il cinema, per restare tale, dovrà continuare a porre domande. Anche scomode. Anche artificiali.

Giovanni De Santis





















