Quale epilogo migliore per un re della risata se non morire a 91 anni in una città folle come Las Vegas? E’ un palcoscenico eccellente dal quale uscire con classe da questo mondo e proprio qui  si è chiuso il sipario sull’ultimo atto di Jerry Lewis, attore, regista, produttore, ma soprattutto comico. Non è un caso che si sia spento in una città di eccessi e paradossi che sono gli ingredienti della commedia, quel genere in cui eccelse sia davanti che dietro la macchina da presa. Nato nel 1926 in una famiglia di attori ebrei, era ormai in ritardo per partecipare agli anni d’oro del genere, apparso con il sonoro proprio in concomitanza con il new deal di Roosvelt, ma abbastanza in tempo per perpetrarne le glorie della commedia screwball per altri ventanni almeno. Eppure la fisicità di Lewis non avrebbe sfigurato nemmeno ai tempi delle slapstick all’epoca del cinema muto dove dominavano capitomboli ed acrobazie mozzafiato, una caratteristica senza tempo che forse spiega la lunga carriera del comico appena scomparso.

A 19 anni inizia il sodalizio con Dean Martin che segnò la prima parte della sua carriera, un periodo di successi sfolgoranti raccolti al cinema ed a teatro come pure in televisione, dove il duo inventò il Telethon per raccogliere i fondi per la cura della sclerosi.

Interrotta la collaborazione con Martin nel avvenne 1960 il debutto come regista con il film “Ragazzo tuttofare” dove è anche interprete di un fattorino pasticcione. Il film non ha pressoché alcuna trama, vi è l’hotel di Fontainbleau di Miami a fare da scenario ad un personaggio chiaramente costruito su Lewis, che gli da modo di esprimere appieno quella comicità che faceva sbellicare il pubblico. Vale la pena di ricordare Carlo Romano, sceneggiatore, attore e doppiatore che fu la voce italiana del Lewis d’annata e che seppe restituire nella nostra lingua la stessa verve dell’originale.

Negli ultimi anni di attività si dedicò alla produzione di alcuni remake di suoi precedenti successi, mentre meno significativo ma non trascurabile è l’aspetto musicale della sua carriera che lo vide esibirsi come cantante in studio ma soprattutto dal vivo. Nell’insieme mantenne sempre il contatto diretto con il pubblico che è tipico della stand up comedy, una delle forme più difficili di comicità ed in cui lui primeggiava senza sforzo. Una vis comica per nulla intaccata dalle difficoltà della vita che pure non gli risparmiarono malanni e dolori tra cui quello terribile del lutto per il figlio più giovane morto suicida a 45 anni.

Se nella storiografia della commedia ci sono giganti come Capra e Lubitsch, tra i registi, e legioni di attori in cui il nome di Jerry Lewis si stempera, nel panorama dei comici egli costituisce un perno del panorama americano e mondiale di tutti i tempi che non sfigura accanto ai nomi di Keaton e Chaplin. Anzi Jean Lui Godard lo definì nelle pagine dei Cahiers du cinéma addirittura più grande di Chaplin. Le classifiche sono sterili come i paragoni per cui ci limitiamo a sottolineare come Lewis avesse il talento ed il coraggio di mettersi in gioco dal vivo con le sue performance davanti ad ogni pubblico, una forma d’arte che Will Farrell ha definito “dura, solitaria e spietata”. Altro che picchiatello.

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