Regia: May el-Toukhy
Attori: Mathilde Arcel, Carsten Bjørnlund, Thorbjørn Hedegaard, Marina Bouras, Mia Plantin, Sofia Nolsøe, Flora Yde Sander, Mikael Birkkjær, Joen Højerslev
Genere: Drammatico
Paesi: Danimarca, Svezia, Lettonia
Durata: 124′
Marie (Mathilde Arcel) lavora come domestica e bambinaia in casa di Christian (Carsten Bjørnlund), ricco vedovo che sta per sposarla. Il matrimonio dovrebbe segnare per lei un riscatto sociale: da serva a padrona di casa. Ma un segreto del suo passato minaccia di far crollare tutto proprio mentre si avvicina la cerimonia.
Il film si muove su un doppio binario molto interessante: da un lato il dramma intimo di una donna che cerca di riscrivere il proprio destino, dall’altro lo sfondo storico della caccia alle streghe messa in atto dalla resistenza nel periodo post bellico, quando i sospetti di collaborazionismo si trasformavano in processi sommari e vendette private. Marie porta addosso un senso di colpa che diventa quasi fisico: il corpo stesso viene usato come strumento di espiazione, come se solo attraverso la sofferenza carnale potesse ottenere l’assoluzione che le parole non le concedono.
Lo sguardo del film resta cupo e distaccato fino all’ultimo, girato con un ritmo lento e rarefatto. Non c’è consolazione nel racconto, solo una distanza quasi clinica nel mostrare come la colpa si scarichi sul corpo femminile mentre il presente finge di offrire un lieto fine. La favola della cameriera che sposa il padrone di casa, citata esplicitamente nel finale, si rivela l’inganno più amaro del film: un travestimento borghese che non cancella il passato ma lo seppellisce sotto un velo da sposa. Il matrimonio non è liberazione ma un’altra forma di occultamento e prigione. Un’opera fredda e senza sconti, che usa la storia per interrogare il presente senza offrire consolazioni facili.
Presentato in concorso all’83° Mostra del cinema di Venezia.

Miriam Dimase




























