Il 27 maggio 2026 potrebbe essere ricordato come una data spartiacque. Il Tribeca Film Festival ha selezionato Dreams of Violets di Ash Koosha per la sua prima mondiale del 10 giugno: il primo lungometraggio live‑action interamente generato dall’IA a entrare nel programma ufficiale di un grande festival internazionale.
Non un esercizio di stile, non un giocattolo tecnologico: un docudrama sul massacro di civili iraniani del gennaio 2026, realizzato da un autore in esilio che non può tornare nel proprio Paese. Budget dichiarato: duemila dollari. Nessun attore. Nessuna troupe. Nessun set. Solo un uomo, un computer e un trauma collettivo che chiede di essere raccontato.
La scelta di Tribeca arriva mentre Cannes, poche settimane fa, ha ribadito il divieto ai film generati dall’IA nella competizione ufficiale. Due festival, due visioni del futuro del cinema.
Ma Dreams of Violets rende la questione più complessa: non è un film che si può liquidare con la formula “è IA, quindi non è cinema”. È un’opera che nasce dall’impossibilità materiale di filmare la realtà. Un autore che non può oltrepassare il muro del proprio Paese decide di realizzare un film‑memoriale con gli strumenti a disposizione. E in questo gesto c’è una potenza politica che nessun regolamento può contenere.
Koosha lo definisce: “Un film‑memoriale per un evento accaduto dietro un muro che non posso attraversare.” Una frase che vale più di qualsiasi manifesto.
La questione etica: l’IA come estensione della testimonianza
Il dibattito sull’IA nel cinema è spesso sterile: paura di sostituzione, feticismo del “vero”, nostalgia del set. Ma qui la domanda cambia: può l’IA diventare uno strumento di testimonianza quando la realtà è inaccessibile?
In Dreams of Violets l’IA non è un trucco, ma un ponte. Non sostituisce attori o troupe: sostituisce l’impossibilità politica. È un cinema che nasce dalla censura, non dal risparmio. Un cinema che usa la tecnologia non per imitare Hollywood, ma per aggirare un regime.
Tribeca vs Cannes: due idee di futuro
La decisione di Tribeca non è solo curatoriale: è strategica. Vuole affermare che il cinema non può ignorare ciò che accade fuori dalle sale, che l’IA non è solo un rischio industriale, ma anche un linguaggio emergente. E che vietarla in blocco significa rinunciare a storie che non potrebbero esistere altrimenti.
Cannes, al contrario, difende un’idea di cinema come artigianato umano, come filiera. Una posizione comprensibile, ma che rischia di diventare conservazione museale.

Il punto non è l’IA. È l’autore.
La vera domanda è: chi sta usando l’IA e per raccontare cosa?
Se l’IA è nelle mani di un autore che ha qualcosa da dire, diventa linguaggio. Se è nelle mani di chi vuole solo produrre contenuti, diventa rumore.
Koosha appartiene alla prima categoria. E Dreams of Violets lo dimostra: non è un film “generato”, è un film necessario.
Perché questa selezione riguarda tutti noi
Perché cambia il modo in cui pensiamo al cinema politico. Perché apre la strada a registi che vivono in esilio, sotto censura, in guerra. Perché dimostra che l’IA non è solo un rischio per i lavoratori del settore, ma anche una possibilità per chi non ha accesso ai mezzi tradizionali.
E perché, volenti o nolenti, segna l’inizio di una nuova fase: non più “film fatti con l’IA”, ma film che non potrebbero esistere senza l’IA.
Concludo dicendo: il cinema come atto di resistenza
Dreams of Violets non è un caso isolato: è un segnale. Un film che costringe i festival, i critici, gli spettatori a riformulare la domanda fondamentale: che cos’è il cinema quando il mondo reale diventa irraggiungibile?
Tribeca ha scelto di rispondere. Cannes, per ora, ha scelto di non farlo. Ma la storia e la tecnologia non aspettano i regolamenti.
P.S. Le immagini generate con IA sono d’obbligo.
Giovanni De Santis












