La leggenda dei tre compagni: la santità e il sorriso
Italia, 2026 — Lungometraggio biografico, religioso
Regia: Arnaldo Casali
Sceneggiatura: Arnaldo Casali, con la collaborazione di Francesco Salvi
Interpreti: Francesco Salvi, Fabio Bussotti, Moni Ovadia, Max Cavallari, Stefano Chiodaroli, Rosario Terranova
Produzione: Istituto di Studi Teologici e Storico-Sociali di Terni, Cenacolo Cinema
La chiave critica più fertile per avvicinarsi a La leggenda dei tre compagni è la relazione fra umorismo, sofferenza e radicalità. Arnaldo Casali sceglie di raccontare Francesco d’Assisi attraverso la dimensione del “Giullare di Dio”, recuperando dalle memorie dei compagni un uomo capace di scherzare e cantare anche nei momenti dolorosi. La commedia diventa così il terreno sul quale interrogare la sua spiritualità.
La vicenda si concentra su un Francesco malato, all’eremo di Sant’Urbano, nell’autunno del 1224. La composizione del Cantico delle Creature, le stimmate e una dolorosa operazione agli occhi convivono con i piccoli desideri della comunità: il vino, la musica, la vicinanza degli altri. Questo accostamento suggerisce un ritratto nel quale il corpo conserva tutta la propria vulnerabilità e la vita spirituale prende forma dentro l’esperienza quotidiana.

È qui che il sorriso acquista un possibile significato radicale. Ridere dentro la sofferenza significa custodire uno spazio di libertà, mantenere aperta la relazione con il mondo quando il dolore tende a restringerla. In questa lettura, la letizia francescana richiede uno sguardo capace di accogliere la fragilità senza esserne interamente dominato. L’interesse cinematografico della proposta risiede proprio nella tensione fra la leggerezza del gesto e la gravità dell’esperienza.
La scelta di Francesco Salvi rende riconoscibile questa direzione: la sua identità comica porta nel ruolo un’attesa di vitalità e imprevedibilità. Accanto a lui, Fabio Bussotti torna a interpretare frate Leone dopo il Francesco di Liliana Cavani, stabilendo un legame con la storia cinematografica del santo.
Alla sofferenza fisica si affianca il conflitto sulla povertà radicale, difesa da Francesco mentre l’Ordine si avvia verso una progressiva istituzionalizzazione. La trama apre così una questione che supera il racconto religioso: come conservare la forza di un ideale quando nasce una struttura incaricata di amministrarlo? L’umorismo può essere letto, in questo contesto, anche come insofferenza verso la rigidità, esercizio di una libertà che mette in discussione gerarchie e convenzioni.
La presenza di una parte realizzata con l’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore interrogativo espressivo. Il suo valore va valutato nel rapporto con il resto della messa in scena, nella funzione narrativa delle immagini generate e nella loro capacità di contribuire alla rappresentazione dell’esperienza francescana.
Il progetto di Casali trova dunque il suo motivo d’interesse in un Francesco nel quale il sorriso, il dolore e la fedeltà alle proprie scelte appartengono alla stessa ricerca di libertà. È questa relazione a offrire una prospettiva incisiva sul personaggio: la letizia come espressione esigente di un modo di stare al mondo.

Giovanni De Santis































